Tra sacro e profano: il Monte dell’Ascensione

Monte Ascensione 3

Della montagna non ha la sfacciata maestosità e le sue vette non incutono spavento; le pendici, strapiombanti e tormentate, modellano il cielo dei giorni plumbei; le cime escono allo scoperto con umiltà e chiedono compagnia al vicino Colle San Marco per dare forma alla valle sulla quale sorge la città di Ascoli che baratta questo paesaggio di bellezza e riservatezza con gratitudine e senso di appartenenza. Si tratta del Monte dell’Ascensione, uno dei monti più cari agli ascolani, che si staglia su una zona dove il territorio è florido di rilievi anche più noti e conosciuti come i Monti Sibillini, i Monti della Laga, il Gran Sasso d’Italia e i Monti Gemelli.

A chi ha avuto l’opportunità di vederlo almeno una volta non sarà sfuggito il suo profilo magnetico e poliforme. Osservandolo da lontano, il monte offre un caleidoscopico spettacolo che varia a seconda del punto di osservazione disegnando un volto umano. Tante metamorfosi quante sono le diverse interpretazioni che gli abitanti del luogo attribuiscono a questa montagna, da sempre punto di riferimento visivo per buona parte del territorio circostante. C’è chi vi vede il volto di una donna, chi quello di un gigante intento a riposare e chi quello di Francesco Stabili, in arte Cecco d’Ascoli, poeta, medico, filosofo e astronomo, coevo di Dante, condannato al rogo per eresia dall’Inquisizione romana.

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© A. Tessadori

A questa pluralità di forme fanno eco la molteplicità e la mutevolezza di nomi con i quali il Monte dell’Ascensione era conosciuto prima di quello odierno. Qui gli ascolani si dividono. Per alcuni il nome più antico era quello di Monte Nero: “nero”, probabilmente in riferimento alla fitta vegetazione di faggi, lecci, castagni, querce che, andandone a ricoprire i versanti, lo rendevano più scuro rispetto agli altri rilievi della zona. Un’altra versione fa invece derivare l’appellativo “nero” dalla parola greca nèros che, a seconda delle fonti, sta a significare acqua o flusso. Non a caso il monte è costellato da sorgenti d’acqua e da qui si dipanano i torrenti che vanno poi a confluire nel fiume Tronto.

Per altri, invece, il nome più antico del Monte era Polesio. E, ancora una volta, sono almeno due le leggende locali che ne spiegano l’oronimo. La prima ci riporta ai tentativi di conquista del popolo umbro che, nell’intento di assediare Ascoli, allora sotto il dominio dei Pelasgi, aveva stabilito in questa altura la propria base dedicando la montagna alla divinità Esu. Pol era già un termine molto usato per indicare i rilievi e deriverebbe a sua volta dal latino paulus, il cippo di legno che veniva posto sulla vetta della montagna per omaggiare gli dei e che, ancora oggi, rappresenta un segno funerario molto diffuso nei cimiteri di alcune regioni dell’Europa dei Carpazi.

Chi caldeggia per la seconda leggenda fa derivare invece il nome del Monte da Polisia. Unica figlia del pagano Polimio, prefetto di Ascoli, la donna, contro la volontà paterna, desiderava convertirsi al Cristianesimo facendosi battezzare dal vescovo Emidio. Per sfuggire all’ira del padre e dei soldati romani che la perseguitavano, Polisia avrebbe cercato riparo nella culla della montagna. Stando al folklore popolare il monte, per nascondere la ragazza e salvarla dal padre, l’avrebbe inghiottita in una voragine dove, secondo la leggenda, Polisia continuerebbe a vivere tessendo su un telaio d’oro l’ «l’abito di nozze con il Divino Sposo» in compagnia di una chioccia e dei suoi pulcini. Da questa credenza è nata la consuetudine da parte dei pellegrini di portare un sasso, prelevato tra i ciottoli e la ghiaia del torrente Chiaro, e lasciarlo come omaggio alla santa sulla fenditura che l’avrebbe nascosta.

È a Domenico Savi, detto Meco del Sacco, che si deve la denominazione attuale. Fondatore dell’ordine religioso dei Pinzoccheri o dei Sacconi vi fondò nel periodo della renovatio religiosa: un piccolo monastero per far avvicinare le persone alla vita cristiana. A lui e, successivamente ai monaci agostiniani di Ascoli, si deve l’origine del rito e della festa dell’Ascensione caratterizzata dalla processione della statua raffigurante la Madonna con il bambino.

Un tempo questa festa religiosa era particolarmente sentita dagli abitanti di Polesio, i quali affiancavano al sacro della celebrazione la componente pagana di riti come quello dell’Acqua Rosa, della Corsa degli Scarafaggi o dell’Erba della Madonna, che spunterebbe alla vigilia della festa per poi scomparire alla sua conclusione. Oggi, sebbene siano mutate le modalità e la partecipazione della popolazione locale, questa festa continua a rappresentare un bene immateriale del patrimonio culturale degli ascolani che non intendono venir meno alla promessa silenziosa custodita dalla loro montagna: chi non arriva a piedi in vetta al Monte Ascensione dovrà farlo in un’altra vita con il corpo di una lumaca.

Interrogare il profilo liquido del Monte, perdere lo sguardo sui suoi calanchi, arrampicarsi fino alla vetta: è questo quello che la montagna ci chiede intimamente di fare. A noi spetta soltanto il compito di assolvere quanto richiesto.

di A. Lucaioli

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