Adriatico, un mare da sventrare

15 settembre 2015 | Commenta Scelti per voi

Solo di fronte alla costa marchigiana sono 450.000 gli ettari di mare destinati alla ricerca di gas e petrolio

Bucheranno i fondali italiani dell’Adriatico e li bombarderanno con l’aria compressa, alla ricerca di petrolio e di gas. La chiamano Air-gun ed è una tecnica di indagine del sottosuolo e dei fondali marini che, per geologi e biologi -oltre che per molti comitati territoriali e per associazioni come Fai, Legambiente, Greenpeace Wwf e Mare Vivo – ha un impatto devastante sull’ecosistema marino. Potenti getti di aria compressa verranno sparati negli intestini del mare con una frequenza di uno ogni 5/10 secondi per individuare, grazie alle onde riflesse, possibili giacimenti. Un muro del suono da 260 decibel a botta. Un jet che decolla ne produce la metà.

In realtà quello del governo Renzi -che con gli articoli 37 e 38 dello Sblocca Italia (ribattezzati Sblocca trivelle) ha dato il via libera, un po’ di mesi fa, al banchetto destinato ad appagare gli appetiti delle società petrolifere sui mari della penisola- è solo un inseguimento su un terreno già inaugurato dalla Croazia e comunque già prefigurato dalla Strategia Energetica Nazionale dell’esecutivo di Monti. A spalancare le porte allo stupro dei fondali adriatici, infatti, era stato -già più di un anno fa- il governo croato che, al grido di battaglia “diventeremo una piccola Norvegia”, aveva suddiviso le sue acque territoriali in ventinove concessioni da dare in pasto all’industria estrattiva (ENI compresa). Le imminenti trivellazioni croate si attesteranno lungo la linea di confine con le acque italiane, per attingere a presunti giacimenti che di fatto sconfinerebbero nei fondali italici.

Così, per non essere da meno ai dirimpettai ultimi arrivati nell’Unione Europea, sono più o meno una quindicina i permessi già concessi -dai primi di giugno di quest’anno- ad altrettante società petrolifere che sonderanno, a suon di bombe ad aria compressa, oltre tre milioni di ettari nel tratto tra Rimini e Leuca, alla ricerca di idrocarburi in un mare quasi chiuso, dall’ecosistema a rischio, con un ricambio delle acque molto lento e con 78 concessioni per l’estrazione di gas e petrolio già attive dal passato.

Il governo ha rimosso metodicamente tutti gli ostacoli che si frapponevano tra i petrolieri e i fondali adriatici. Proprio nel maggio scorso, infatti, il capo del governo e il ministro dell’Ambiente si erano personalmente prodigati presso la Camera dei Deputati perché venisse cancellato dalla legge sugli eco-reati il divieto di utilizzo proprio dell’Air-gun che, nella versione originaria del provvedimento, era invece addirittura prefigurato come reato, con una pena da uno a tre anni. Infine -fatti non solo parole- lo scorso 3 giugno è arrivato il parere favorevole del Ministero dell’Ambiente ad un ampio progetto di prospezione a colpi di Air-gun, a favore della londinese Spectrum Geo. Ed è così che il medio e basso Adriatico sono stati praticamente consacrati alla ricerca degli idrocarburi. Per un ipotetico raccolto totale di 11 milioni di tonnellate previste. Tanto per capirci, il consumo italiano di un paio di mesi di petrolio. O di un solo mese in termini di consumi totali di energia.

Il tutto in barba alla retorica politica sulla salvaguardia ambientale e paesaggistica.

Il tutto in palese contraddizione con le presunte politiche di riconversione energetica alle fonti rinnovabili.

Il tutto in evidente contrasto con il millantato potenziamento del turismo costiero.

Il tutto in aperta violazione dell’autonomia degli enti locali e della partecipazione dei territori su decisioni che li riguardano così da vicino.

Va da sé che, laddove la ricerca sui fondali avrà esiti positivi, si procederà con le trivellazioni. Le meravigliose spiagge adriatiche del Conero, del Gargano, del Salento potranno così godere di un orizzonte magnificamente ridisegnato dalle piattaforme petrolifere. Cosa che, paradossalmente, si presenta come l’aspetto meno preoccupante di tutta la vicenda.

Non c’è bisogno di essere titolari di un’immaginazione straordinaria, infatti, per prevedere quali squilibri possano provocare operazioni invasive come le estrazioni di gas o petrolio. Ogni attività estrattiva in mare, anche la più rigorosa in termini di conformità normativa, modifica prepotentemente e irreversibilmente l’ambiente in cui si insedia, e non solo quello naturalistico, ma anche quello antropico, dal momento che essa è sempre a diretto contatto con una costa abitata.

Avete presente Venezia? Ebbene, quell’affondamento progressivo (un paio di millimetri all’anno) che per la città più pittoresca del mondo è un fenomeno più o meno naturale, si può verificare altrove per mano umana, anzi per trivella umana. La ricerca e l’estrazione di idrocarburi può causare, infatti, la cosiddetta subsidenza, ovvero il graduale abbassamento del suolo o, come nel nostro caso, del fondo di un bacino marino. L’associazione mentale con i terremoti è, come dire, intuitiva. È forse un caso che la Regione Emilia Romagna, da anni sede di attività estrattive di terra, dopo i terremoti del 2012, sospese immediatamente ogni nuova autorizzazione a trivellare? Sta di fatto che la Commissione scientifica internazionale ICHESE (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region) a cui, all’indomani del sisma, era stato dato incarico di individuare possibili relazioni tra le attività di esplorazione nel sottosuolo e l’aumento dei movimenti sismici nel territorio emiliano,  nell’aprile del 2014 ha concluso che “l’attuale stato delle conoscenze e l’interpretazione di tutte le informazioni raccolte ed elaborate non permettono di escludere, ma neanche di provare, la possibilità che le azioni inerenti lo sfruttamento di idrocarburi nella concessione di Mirandola (a circa 20 km dall’epicentro della scossa più forte, ndr) possano aver contribuito a ‘innescare’ l’attività sismica del 2012 in Emilia”.

Ma chi può porre limiti al cosiddetto sviluppo?

Sicuramente non i pesci, a cui l’Air-gun provoca lesioni, ferite, perdita dell’udito e dell’orientamento. Ma la paura fa novanta pure sott’acqua e, di  Air-gun, gli abitanti del mare, e i cetacei in particolare, possono pure facilmente morirci. Era lo stesso ISPRA, l’istituto di ricerca del ministero dell’Ambiente, a concludere, in uno studio del 2012, che le esplosioni di onde acustiche troppo potenti sott’acqua obbligano le specie marine a risalite così repentine, da provocare loro embolie mortali. Quando nel settembre scorso sette capodogli furono ritrovati spiaggiati sul litorale di Vasto (Chieti), il gas presente nei vasi sanguigni dei tre mammiferi che non ce la fecero a sopravvivere, era spiegabile quasi esclusivamente con una dinamica di embolia. In quell’occasione Legambiente puntò il dito contro probabili operazioni (clandestine?) di Air-gun, al largo delle coste abruzzesi. Ma la corsa all’oro nero del mare “spiaggerà” probabilmente anche i pescatori dell’Adriatico. Il radioso futuro promesso dalle piattaforme, solitamente prodighe di sversamenti, comprometterà sicuramente una pesca già in crisi per l’inquinamento ordinario.

E i guadagni? Persino quelli lasciano l’amaro in bocca. Le royalties che le multinazionali petrolifere verserebbero allo stato italiano ammontano, a fronte dei rischi reali, a un misero 4% sull’eventuale produzione, senza per altro nessun obbligo per le stesse aziende di commercializzare il prodotto, o una sua parte, in Italia stessa.

La Regione Marche, per esempio, guadagnano più o meno un milione di euro l’anno. Una miseria se si pensa che il territorio regionale conta sulla terraferma già 21 pozzi attivi per l’estrazione di gas. Ma forse in futuro guadagnerà qualche spicciolo in più, dal momento che altri 26 titoli minerari sono già stati concessi all’estrazione, sempre sulla terraferma, mentre circa altri 100.000 ettari sono sottoposti a permessi di ricerca.

Anche per quanto riguarda l’assalto all’adriatico, le Marche rappresentano una delle frontiere più calde di questa rivoluzione energetica al contrario. Il Dossier “Tutti i numeri degli idrocarburi nelle Marche”, curato da Augusto De Sanctis del Forum Nazionale dei Movimenti per l’Acqua e presentato pubblicamente lo scorso giugno a Senigallia, prospetta una situazione allarmante per la regione, descritta come a fortissimo rischio di deriva petrolifera. Con le nuove concessioni, infatti, il risultato è che il 22% della terraferma regionale, cioè 215.000 ettari sparsi su tutte le province, sarà setacciato alla ricerca di gas e petrolio; mentre sono 450.000 gli ettari di mare antistante alla regione destinati a concessioni o a istanze per la ricerca e la coltivazione degli idrocarburi e al momento si contano 21 procedimenti di indagine sui fondali. Si consideri che il mare marchigiano ha già all’attivo 25 piattaforme e 35 pozzi eroganti.

Se consideriamo parte integrante della partita anche i consequenziali centri di stoccaggio e ci aggiungiamo i 4 nuovi grandi gasdotti che dovrebbero attraversare le Marche con vari chilometri di nuove condotte, non tralasciando tutti i rischi per il territorio connessi all’infrastrutturazione e ai trasporti petroliferi, il quadro si fa ancora più contraddittorio. Si sta parlando, infatti, di una regione da anni orientata ad una crescita basata sul turismo naturalistico e culturale, quindi intrinsecamente votata alla valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio e pervasa da un’economia diffusa di piccole imprese. Dove, improvvisamente, si cerca di imporre un cambio di direzione attraverso un’economia inquinante, rischiosa, antipaesaggistica e concentrata in poche mani. È come se una società londinese chiedesse la concessione per lo scavo di un pozzo a 500 metri dal centro storico mozzafiato di Ripatransone, magari proprio in mezzo alle famose vigne del rosso piceno. Beh, non era solo un esempio, ma un fatto vero. Così com’è altrettanto vero che tra i progetti in mare c’è il cosiddetto Progetto Sibilla, che prevede una nuova sperimentazione di stoccaggio del biossido di carbonio nel sottosuolo marino. La società “Independent Gas Management s.r.l.” di Roma, infatti, inizierà ad applicare nuove tecnologie per iniettare in un vecchio pozzo abbandonato, che si trova a 27 km (14,6 miglia nautiche) dalle coste di Senigallia, la CO2 liquefatta delle emissioni industriali, da iniettare nel fondale allo scopo di liberarsene. Per sempre, dicono loro.

A nulla finora è valsa l’opposizione di molti enti locali, che lo Sblocca Italia ha di fatto svuotato di competenze rispetto a questo settore, riconducendole tutte al governo centrale. Sulla scia della Regione Puglia, in prima linea nella lotta contro la cantierizzazione coatta delle coste adriatiche, anche la Regione Marche, già nel gennaio di quest’anno, aveva presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro gli articoli 37 e 38 di quel Decreto. Il motivo è che striderebbero pesantemente con il titolo V della Costituzione, quello nel quale vengono definite e salvaguardate le autonomie locali.

Anche i cittadini sono sul piede di guerra. Le persone si sono costituite in associazioni e comitati per difendere il loro territorio, affiancate dagli ambientalisti, dai comitati per l’acqua e per i beni comuni, dai centri sociali. Cristiana Cecchetti, assessore del comune di Civitanova, si è fatta promotrice di un’unione dei comuni per il No alle trivelle. Lo scorso 23 maggio a Lanciano, in Abruzzo, circa 60.000 persone hanno dato vita a un’imponente manifestazione contro le trivellazioni in Adriatico.

Greenpeace ha avviato una sarcastica campagna intitolata “TrivAdvisor” nella quale, parodiando il celebre sito di viaggi, si invitano gli utenti del web a recensire vacanze immaginarie, in un futuro abbastanza prossimo, il 2020, scatenando valanghe di post dove si esulta di gioia per la vista di una piattaforma a 20 bracciate dalla riva o per una nuotata negli sversamenti: “Ci hanno convinto a partire degli amici che ci erano appena stati…ed effettivamente ne vale la pena! I bambini non avevano mai visto dei gabbiani neri…veramente eccezionale. Torneremo senz’altro”.

 

  di Giampaolo Paticchio

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