Il tatuaggio e i marcatori lauretani

11 agosto 2015 | Commenta Scelti per voi

Gli antichi souvenir da Loreto non erano rosari, icone o altri oggettini sacri ma tatuaggi indelebili che provavano l’ardore della propria fede

Oggi, farfalle, fiori, animali o esseri fantastici, simboli tribali, lettere o frasi, tatuano la nostra pelle a ricordo di un evento, una persona speciale o raccontano simbolicamente qualcosa di noi, decorano il corpo, seguendo mode e scuole artistiche. Si può pensare che sia un fenomeno relativamente moderno o che in passato riguardasse esclusivamente le popolazioni dell’Africa e dell’Oceania; che in queste tribù servisse a enfatizzare la virilità, l’appartenenza a un clan, il passaggio da una fase all’altra della vita. In realtà, come testimonia la mummia alpina Otzi con i suoi 61 tatuaggi terapeutici, taglietti e piccole croci realizzati in corrispondenza di punti che avevano causato dolori, il tatuaggio è un fenomeno anche nostrano ed ebbe, nei secoli, funzioni e tipologie molto diverse.

In ambito cristiano molti crociati si tatuavano simboli religiosi per poter essere seppelliti in terra consacrata in caso di morte tra gli “infedeli” e per testimoniare la propria fede e devozione al termine del lungo e pericoloso pellegrinaggio. Nonostante il tatuaggio fosse già stato proibito nel 787 da Papa Adriano I e, in seguito, da altre bolle papali, tatuaggi a tema religioso continuarono a essere eseguiti nei principali luoghi di culto cristiano. L’uso di terminare il percorso devozionale con un segno fisico indelebile primeggiò presso il santuario di Loreto che custodisce la Santa Casa in cui, secondo la tradizione, la Vergine Maria nacque, visse e ricevette l’annuncio dall’Arcangelo Gabriele e che, sempre secondo tradizione, fu portata dagli angeli da Gerusalemme, prima in Illiria, poi nel territorio di Loreto il 10 dicembre 1294.

La pratica di tatuarsi segni devozionali si sviluppò fin dall’inizio del pellegrinaggio nel luogo mariano marchigiano (le più antiche tavolette di bosso conservate nel Museo Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto risalgono al XVI secolo) e si protrasse fino a quando, nel 1871, il Consiglio Comunale di Loreto proibì tale usanza che tuttavia proseguì clandestinamente fino ai primi decenni del Novecento. A occuparsene furono nel tempo quattro o cinque famiglie di marcatori, probabilmente calzolai che nella loro bottega, per i fedeli che volevano testimoniare l’avvenuto pellegrinaggio, tenevano anche tutto l’occorrente che serviva per l’operazione: delle tavolette di bosso intagliate dal marcatore che fungevano da stampo e da catalogo, con tutte le icone che il pellegrino poteva scegliere, l’inchiostro turchino e il pennino a tre punte. Per realizzare il tatuaggio il marcatore, una volta riportata nella pelle la figura desiderata dal fedele, ne bucherellava i contorni con questo speciale pennino e poi spalmava l’inchiostro turchino nelle ferite aperte preoccupandosi che vi penetrasse bene.

I tatuaggi erano realizzati principalmente nelle mani e nei polsi, probabilmente, come osservato dalla Pigorini-Beri, prima studiosa del tatuaggio lauretano, come derivazione dalle stimmate francescane. Una gran quantità di tatuaggi erano realizzati in occasione della festa della Natività a settembre quando a Loreto accorrevano molti pellegrini; a richiedere l’opera di marcatori erano principalmente fedeli di estrazione popolare, soprattutto piceni, umbri e abruzzesi, uomini ma, in certa misura anche donne. I simboli più in voga erano raffigurazioni anche molto complesse come la figura della Madonna di Loreto e del Crocifisso di Sirolo (presso il quale solitamente il pellegrinaggio proseguiva, infatti si ricorda il detto “Chi va a Loreto e non va a Sirolo vede la Madre e non il Figliolo”), simboli francescani e della compagnia di Gesù, simboli della Passione, croci, il Sacro Cuore di Gesù e di Maria, lo Spirito Santo ma anche simboli profani come cuori e ancore.

Silvia Brunori

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