Scacciamarzo, Cantamaggio e Piantamaggio – Gli antichi rituali di primavera

Il simbolo di un legame forte tra l’uomo e la natura. Oggi importanti ancore per la memoria collettiva e per le nostre radici

L’uomo e la natura: un legame profondo

Ciliegi selvatici, fiori di pesco e l’inebriante glicine ci avvisano prepotentemente dell’arrivo della primavera: il sole scalda la terra, le giornate si fanno via via più lunghe e la natura comincia a risvegliarsi.

Sebbene tutto ciò abbia lieti effetti sul nostro umore, l’arrivo della bella stagione oggi non influisce, in generale, molto sulla nostra quotidianità.

E pensare che fino alla prima metà del novecento, ovvero prima che il territorio marchigiano, così come il resto della nostra penisola, si trasformasse da rurale in industriale, la natura e il ciclo delle stagioni erano legati a doppio filo con il territorio ed i suoi abitanti.

Il legame con la natura era molto saldo in quanto da lei dipendeva la sopravvivenza stessa della comunità. Per questo motivo, gli elementi naturali ricoprivano un ruolo fondamentale per le comunità agricole marchigiane al pari di quello affidato agli dei e ai santi. Infatti, tra una preghiera ed un ringraziamento ad un santo non mancavano forme di culto vicine al paganesimo. La luna, ad esempio, aveva un peso rilevante nella vita rurale, perché guidava il lavoro nelle campagne ed influenzava le diverse attività, a seconda che fosse crescente o calante. Prima dell’avvento della meteorologia moderna, grazie all’osservazione del nostro satellite naturale era possibile prevedere il tempo. A testimoniare l’importanza che la luna e le sue fasi avevano sulla vita della popolazione, il lunario: non vi era porta o cucina che non ne avesse appeso uno. 

Detti e proverbi legati al ciclo delle stagioni e al tempo

“Se pioe ‘l giurno de S. Croce (3 maggio), Se fa buge tutte le noce”.

Maggio tutto vento, più paja che frumento”.

Maggio soleggiato, grano e frutti a bon mercato”.

Se San Vicino mette ‘l cappiello tutta la Marca pija l’ombrello”.

Marzo ortolano, molta paglia e poco grano”.

Ecco maggio ch’è venuto con le scarpe de velluto, col vestito di broccato, ecco il maggio ch’è tornato”.

I rituali di primavera

Il forte legame tra uomo e natura era maggiormente evidente con l’arrivo della primavera, che segnava la fine del periodo più sterile e povero dell’anno e inaugurava un periodo di speranza.

Nelle Marche si celebravano rituali di ringraziamento e propiziazione in cui sacro e profano si mescolavano, dove la forte partecipazione emotiva della comunità li rendeva a tutti gli effetti mezzi di coesione sociale.

I rituali di primavera cominciavano a marzo con lo Scacciamarzo, un rituale magico che serviva a scacciare l’ultimo mese della stagione invernale. Lo scacciamarzo vedeva protagonisti sopratutto i giovani che, mascherati e adornati con elementi vegetali, andavano per le campagne provocando un allegro baccano attraverso improvvisati “strumenti” metallici. L’intento era quello di scacciare le forze del male che avevano reso sterile la terra.

Ma è nel mese di maggio che i rituali di primavera raggiungevano il loro massimo attraverso il Cantamaggio e il Piantamaggio.

Il Cantamaggio era un canto rituale propiziatorio che veniva eseguito da musicisti e cantori seguendo un cerimoniale ben preciso per celebrare l’arrivo della bella stagione, il ciclo della vita che si risveglia e per auspicare il benessere dell’intera comunità.

Questo rituale aveva una funzione sociale importante, in quanto la partecipazione collettiva rendeva i rapporti all’interno delle comunità più solidi e leali.

Il Piantamaggio, le cui origini sono antichissime, era un rituale di derivazione pagana e vedeva protagonista l’albero, simbolo per eccellenza della natura. Il rituale consisteva nel taglio di un albero che nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio veniva portato nella piazza principale e adornato di fiori e nastri.

Le origini. I rituali ieri e oggi

Le origini delle feste di maggio sono molto antiche e quasi tutte di derivazione romana. Il culto degli alberi, da cui deriva il Piantamaggio, era già molto diffuso nelle popolazione primitive che credevano che tutti gli elementi della natura avessero un anima e che potessero influenzare l’andamento del raccolto e la fecondità sia della natura che della donna. Questi rituali sono andati via via scomparendo e pur essendo ancora in uso in alcune località della regione Marche, per lo più in piccoli paesi e in alcune frazioni della Marca centrale, hanno perso la loro funzione originaria, divenendo importanti ancore per il recupero della memoria e delle proprie radici.

Non si sa esattamente quando i rituali di primavera abbiano smesso si essere celebrati secondo le forme e le credenze originali. Secondo alcuni documenti già nella seconda metà dell’ottocento il Cantamaggio era andato in disuso e trasformato in una festa per gli innamorati. La perdita della funzione e della forma originaria è dovuta senza dubbio alle trasformazioni sociali e culturali della società ma anche al forte contributo della Chiesa che, con il Concilio di Trento, ha trasformato il fecondo maggio nel maggio sacro, dedicando il mese al culto della Vergine Maria.

 

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    Complimenti per l’articolo molto interessante. Il mio proverbio preferito è “Maggio soleggiato, grano e frutti a bon mercato”.