Un marchigiano alla bottega di Valdier

14 maggio 2015 | Commenta Segnalibro Un pò di Why

Vincenzo Coacci. Ai più questo nome non evocherà nulla, eppure nel Settecento nominare Vincenzo Coacci significava nominare un mostro sacro dell’argento, una delle massime eccellenze dell’epoca per la produzione di coppe, calici e candelieri di pregio. Tanto di pregio da finire nelle case di nobili romani e di papi. Ma oltre che per il suo talento questo marchigiano va ricordato per una quasi avanguardistica coscienza del ruolo e della funzione dell’artista all’interno della società, che gli valse un’aspra contestazione da parte dell’Università degli orefici di Roma.
Nato nel 1756 a Montalboddo (l’attuale Ostra, in provincia di Ancona) da una famiglia di argentieri marchigiani, Vincenzo si trasferì giovanissimo a Roma. Qui gli capitò l’esperienza più importante della sua vita, quella che segnerà per sempre il suo destino e la sua carriera facendo di lui un richiestissimo artista: andare a bottega da Luigi Valadier. Orafo e gioielliere di orini provenzali, Valadier trasmetterà al suo allievo le bellezze e segreti del linguaggio neoclassico, a cui il Coacci aggiungerà comunque del suo. E dopo la morte del maestro, che si suicidò nel 1785 durante la lavorazione dell’attuale campanone della Basilica di San Pietro, arrivò per lui l’apice della fama e del successo.
Fu proprio grazie a quel suo “tocco in più”, a quell’eleganza formale e a quel particolare senso della luce che si andava ad aggiungere alla sua impostazione neoclassica, che il marchese Hercolani volle proprio quel giovane di Ostra come stabile fornitore e non altri. Il legami tra Vincenzo Coacci e gli Hercolani fu talmente stretto da spingerlo a cambiare quartiere ed aprire bottega nei pressi del loro palazzo, la stessa in cui forgerà il monumentale Servizio da scrittoio donato dalla famiglia nobiliare a papa Pio VI nel 1792.
Un anno prima, nel 1791, l’artista marchigiano era stato coinvolto in una spinosa polemica con l’ufficialità amministrativa delle produzioni argentiere e, di rimando, con l’Università degli orefici, che difendeva  gli stessi bollatori di cui Vincenzo contestava il sistema di controllo e la dubbia onestà nelle funzioni. Allo stesso modo in cui non venne accetta la sua richiesta di maggior trasparenza nella categoria cui apparteneva, vide respinta dallo stesso Collegio la sua proposta di accentrare in un unico ente l’affinatura degli ori e degli argenti.

di Sabrina Labate

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