I peccati di gola di Leopardi

11 maggio 2015 | Commenta Segnalibro Un pò di Why

Maccheroni, tagliolini, ravioli, riso, patate, polpettone, fegatini, formaggi, uova, bignè, frittelle, pasta frolla e burro come se piovesse. Un vero e proprio trionfo a colesterolo, trigliceridi e glicemia, penseremmo oggi, eppure erano queste le pietanze preferite di Giacomo Leopardi, quelle che più spesso chiedeva al cuoco di casa per i propri pasti. In un curioso autografo leopardiano, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, il poeta e filosofo marchigiano ha messo per iscritto un dettagliato elenco di 49 desiderata, un’ordinata serie di piatti suggeriti a chi si occupava di preparare i suoi pranzi. E quello che viene fuori stupisce non poco.
Passato alla storia per la sua sensibilità di pensiero e per i suoi scritti dall’assoluta perfezione stilistica, Leopardi non era quel pessimista cosmico tutto dedito alla composizione letteraria che la maggior parte dei contemporanei immagina. Fuori dagli stereotipi, c’è una certa caratteristica che quelli della sua cerchia conoscevano bene: la sua golosità. “Abbiti diligentimissima cura di te e di leopardi e cerca di divezzare il nostro amico dal latte, dalla frutta, dalle verdure…”, scriveva da Catanzaro nel 1836 un preoccupato Alessandro Poerio. Destinatario della missiva Antonio Ranieri, il grande compagno del poeta negli anni napoletani. Anche i medici, dal canto loro, consigliavano caldamente a Ranieri di proibire i dolci al suo amico, che lui tuttavia non resisteva dal mangiare regolarmente e in grandi quantità.
Vastissima cultura e altrettanto vastissimo stomaco, insomma, con ben scarsa preoccupazione di mantenere un’alimentazione salutare.

di Sabrina Labate

Tags: , , , , , , ,