Geometria e mezzadria nelle Marche

11 maggio 2015 | Commenta Segnalibro Un pò di Why

Scorrono dal finestrino fazzoletti di terra disegnati quasi con il righello mentre si va in macchina per le Marche. Rettangoli color ocra, quadrati verde scuro, e ancora poligoni marroni, dorati, rossi di papaveri tra maggio e giugno o gialli di cicoria selvatica quand’è aprile . Ogni tanto, qua e là, una linea retta di cipressi a delimitare ulteriormente proprietà e piantagioni. Sembra che qualcuno si sia divertito a imparare la geometria non sulla carta direttamente sulla terra. Come chi scrive sulla sabbia.
Padroni e mezzadri non esistono più da lungo tempo, ma le tracce della mezzadria, del sistema agrario del “dividere a metà”, non sono affatto scomparse, e anzi rimangono ben visibili nel paesaggio odierno. Ambiente e storia, geometria ed agricoltura, si fondono l’un l’altro in quelle grandi distese di terra meticolosamente suddivise nel Medioevo tra concedente e ricevente. Nella tradizione, le due parti dell’accordo mezzadro non firmavano un contratto vero e proprio, davano vita piuttosto a un accordo privato che sanciva il rispetto di un ben definito equilibro tra colono e padrone, che dovevano spartirsi esattamente a metà oneri e utili della terra. Questo, perlomeno, in teoria, visto che in pratica il prodotto di spettanza padronale superava molte spesso quel 50% previsto nel patto orale.
Le vallate del Metauro, del Musone e del Tronto portano ben visibili addosso questi antichi meccanismi rurali, nei quali è facile intuire la pazienza e l’impegno della civiltà contadina marchigiana del tempo, che faticosamente s’ingegnava per ricavare anche dal più ostile dei terreni un raccolto, che all’epoca era sempre sinonimo di sopravvivenza.

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