L’orecchio e la mano

Avellino il liutaio, terza tappa del nostro viaggio tra i mestieri in estinzione

Il garage di Avellino è una stanza di 25 metri quadri, buia e senza finestre, al piano terra di una palazzina gialla, la stessa dove -all’ultimo piano- vive lui. Chitarre, bassi e mandole, da rifinire, oppure smontate, oppure riassemblate, penzolano appese a lunghi fili tirati da un muro all’altro. Dentro devi star attento a dove metti i piedi e la testa. Ci si muove con una certa agilità solo lui, mentre carteggia una tavola armonica, o riaccorda l’ottava di un basso o tira il manico di un’elettrica. Poca essenziale attrezzatura e tanto olio di gomito. Oltre ad un orecchio magico. Al pomeriggio è tutto un viavai di giovani e giovanissimi. Qualcuno viene a guardare a che punto è la costruzione della sua nuova acustica e se la coccola con gli occhi mentre Avellino ci lavora su; altri portano al ricovero in questa insolita clinica i loro strumenti rotti; altri ancora passano semplicemente a salutare o a fare due chiacchere col maestro. E spesso le domande si ripetono: “Avellino, per chi hai costruito tu le chitarre?”. E giù una sfilza di nomi che parlano chiaro: Pino Daniele, De Gregori, Guccini, Bennato, Tavolazzi, Morandi, Britti, Ron, Shel Shapiro, i Litfiba, i Negrita, i Rokes, i Dik Dik.
La vita di Avellino Tanoni è strettamente legata alla musica, anche se lui non è mai stato un musicista. Eppure, degli strumenti e soprattutto delle chitarre, questo pacifico settantacinquenne conosce anima e corpo. Tante ne ha fatte nascere e tante ne ha fatte resuscitare, quando ormai sembravano spacciate.
Avellino aveva 15 anni e una licenza media presa alle serali, quando ebbe il suo primo contatto con gli strumenti musicali. Fu assunto dalla “Antonelli” di Osimo, ditta dell’indotto della fisarmonica, dove imparò come si limano le “voci”, per dar loro la giusta intonazione. Le “voci” sono le ance metalliche che, vibrando al flusso d’aria prodotto dal mantice, liberano il suono dello strumento. L’orecchio del ragazzo, svezzato alle sfumature delle tonalità musicali da un lavoro giornaliero che, oltre a una sapiente manualità, richiedeva una eccezionale capacità d’ascolto, si raffinava ulteriormente la sera dopo cena quando, pedalando dalle campagne di Recanati, dove viveva, fino ai Campanari, raggiungeva lo zio che gli insegnava l’arte dell’accordatura. Siamo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60: Avellino era stato veloce a imparare, ma la sua fabbrica chiuse i battenti; come del resto molte altre ditte, in quella fase di crisi dell’industria della fisarmonica, che aveva avuto nel distretto di Castelfidardo il suo centro di propulsione e che ora, dopo decenni e decenni di gloriosa tradizione e di incredibile produzione, iniziava a sperimentare un primo declino.
Avellino non si diede per vinto e tornò a battere –è proprio il caso di dire-  lo stesso tasto, facendosi assumere dalla “Cardinal”, che produceva strumenti-giocattolo a fiato in ottone. Nel frattempo, tutti i sabati, frequentava le lezioni per l’apprendistato. E fu lì che conobbe il tornitore meccanico che gli avrebbe svelato tutti i segreti del lavoro con gli strumenti di precisione.
Quando nel 1961 Avellino approdò alla quasi neonata EKO, che all’epoca era un piccolo laboratorio artigianale di 24 dipendenti dove si producevano chitarre da studio, iniziò una storia di passione e di lavoro che si sarebbe chiusa solo con il suo pensionamento. Che, a sua volta, coincide grosso modo con la fine della fase di grandeur della EKO, che negli anni 60 si sarebbe affermata come la più importante casa italiana produttrice di chitarre. E di cui Avellino rappresenta una specie di archivio storico in carne ed ossa. Solo per un breve periodo a inizio anni ‘80, quello in cui la EKO fu temporaneamente chiusa, Avellino lavorò per un altro marchio storico del territorio, la CLARISSA. Per poi tornare alla rediviva EKO, che il fratello del fondatore aveva deciso di rilanciare.
La sua prima mansione fu quella di assemblare i manici delle chitarre alle casse armoniche. Al suo primo giorno di lavoro, Santo Palladino, il liutaio di scuola siciliana (la più rinomata in Italia) che era a capo della produzione, gli aveva detto soltanto: “Questo è lo scalpello, questo è il martello e questo è il manico: montalo!”, senza aggiungere altro. Ma al ventenne, curioso e sovraeccitato dall’idea di poter creare uno strumento dall’inizio alla fine, l’incarico stava stretto.  Così, nonostante un contesto artigiano dove tutti erano terribilmente gelosi della propria arte manuale, Avellino, al quale non occorrevano spiegazioni per imparare, iniziò a rubare con gli occhi tutto quello che c’era da rubare riguardo alla costruzione di una chitarra. “Tanto io non ti insegno”, gli diceva il collega più anziano che era al banco con lui. “Tanto io guardo”, replicava la matricola tra sé e sé. I suoi punti di riferimento, quei primi anni, erano lo stesso Santo e l’altro liutaio della ditta, un certo Branko Kapitanovic, uno slavo di scuola balcanica che avrebbe poi costruito le prime chitarre elettriche della EKO (in Europa era stata la rumena HORA a produrle per prima, nel ‘57). L’apprendista liutaio imparò così a riconoscere i vari tipi di legno e i loro impieghi, a valutarne la stagionatura, dal momento che lo strumento richiede legname messo a riposo per molti anni. Si specializzò nelle varianti del taglio e nei metodi della finitura e della verniciatura. Apprese la tecnica dell’incatenatura, cioè la lavorazione e la disposizione di listelli di abete sotto la tavola, imprescindibili per permettere alla cassa di risuonare armonicamente. “La conoscenza del legno è la base per questo mestiere. Per diventare liutai, bisogna prima essere ottimi falegnami” è il mantra che Avellino ripete a tutti i ragazzi che negli anni hanno manifestato interesse a imparare l’arte da lui. Ma, sin qui, nessuno ha avuto la sua stessa determinazione e costanza. E oggi, la grande maggioranza delle chitarre e dei bassi, viene prodotta industrialmente. In serie. E in Cina.
Alla EKO, che ormai aveva raggiunto i 400 addetti, gli anni ’70 furono un periodo di forti battaglie sindacali. E Avellino, che nel frattempo si era sposato e aveva 4 figli, era membro del consiglio di fabbrica. Per ottenere la mensa e la parità di inquadramento contrattuale, lui e i suoi colleghi praticavano lo sciopero “a gatto selvaggio” (un quarto d’ora si lavora e uno no), salvo doversi poi difendere dagli appostamenti punitivi dei fascisti. Eppure la sua storia d’amore con il marchio è continuata ancora a lungo. E, quando, nel  ’98, è andato in pensione, Avellino ha continuato a creare, soppesare e accarezzare le sue chitarre nel garage di casa. “Io le amo tutte”, dice lui, “e una volta finite, quando arriva il momento di consegnarle a chi me le ha commissionate, quasi non riesco a staccarmene”.

Un’EKO lunga 56 anni
Nel 1959 Oliviero Pigini, già costruttore di fisarmoniche e importatore di chitarre dalla Jugoslavia, fondò a Recanati la EKO sas, nella quale iniziò a produrre chitarre classiche, acustiche e, successivamente, elettriche.  Nello stesso distretto industriale, a forte vocazione musicale, a produrre chitarre c’erano anche la CLARISSA, la MELODY, la 07, la FARFISA, la CRUCIANELLI, la POLVERINI, la QUAGLIARDI.
Fu tra l’inizio degli anni ’60 e il ’67 che l’azienda raggiunse il successo commerciale, imponendosi come il Made in Italy per eccellenza nel campo delle chitarre e allargando la produzione ai bassi elettrici, alle batterie, agli amplificatori. L’exploit fu dovuto anche e soprattutto al sodalizio con le americane VOX, per la quale la EKO produceva chitarre e THOMAS, per la quale produceva organi. La morte, nel 1967, del fondatore decretò la fine di quella fase.
Negli anni ’80, Lamberto Pigini, fratello di Oliviero, riacquistò il marchio e oggi la EKO è un’importante distributrice di strumenti musicali delle marche più conosciute, mentre il livello produttivo, perlopiù “made in Cina”, è passato in secondo piano.

di Giampaolo Paticchio
Photo: Giampaolo Paticchio

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