La guerra è finita

Un libro è tante cose: è un pezzetto d’anima, è uno specchio in cui ci si riflette, è un caleidoscopio che ci mostra le sfumature della realtà, è un viaggio introspettivo, è il racconto della realtà filtrate dai nostri occhi. E…per Stefano Catini?

Penso che parlare di un libro che si è scritto, sia difficile come farlo del proprio figlio. C’è un amore assoluto che lega autore e manoscritto, i personaggi – veri, inventati o ridisegnati – sembrano respirare con lo stesso respiro di chi li ha creati, ogni pagina racconta sempre almeno due storie: quella del libro stesso e quella dell’autore. Come si fa a vederlo da fuori?
Ma allo stesso tempo è difficile chiedere di un libro, perché è come entrare in un giardino privato, dove hai paura di mettere i piedi fuori posto, di calpestare un pezzetto di intimità, di contaminare con le tue domande un universo di per se ed in se perfetto.
Questo non accade però se è l’autore che ha voglia per primo di farti entrare in quel micromondo che ha creato, se vuole renderti partecipe, non solo delle righe che ha scritto ma anche del perché lo ha fatto, di cosa c’era dietro e sotto…di tutto insomma.
Stefano Catini ci racconta il suo ‘La guerra è finita’ con l’amore dell’autore ma con l’apertura di chi vuole condividere la propria esperienza.

‘La guerra è finita’ è il titolo del tuo libro. Eppure non ci sono armi nelle tue pagine. Di che guerra parli?
“Quando mi sono messo a pensare a questo libro ed al suo titolo, ho voluto qualcosa che si impregnasse dell’aria che si respira in questo momento storico. E’ un titolo evocativo perché nella nostra epoca in cui tutto è precario e tutto sembra grigio, il sentimento più forte che si ha è la voglia che questo qualcosa di negativo, diverso per ognuno ma che tutti sentiamo, finisca. Quindi possiamo dire che la guerra di cui parlo è proprio questa, quella che ci impedisce la felicità, che però spesso siamo noi stessi a non voler trovare, richiusi dentro confini che non sappiamo superare. La Guerra è finita vuole simboleggiare quel momento in cui finalmente quella situazione più o meno drammatica che si vive, finalmente finisce. I personaggi del mio libro non sono ne buoni ne cattivi; sono persone normali, con i loro errori, sogni, storie e la loro dose di dramma. Ma tutti alla fine riescono a trovare la loro dimensione, riescono ad appagare il loro desiderio di speranza: la redenzione, a volte inaspettata, c’è per tutti. Mi piace citare questo passo per farti capire ancora di più cosa intendo: ‘Da una parte l’Occidente malato, dall’altra l’Asia malata di Occidente in mezzo io, circondato da guru, falsi maghi e prostitute del terzo millennio. E’ così che nascono questi racconti, scomodi e con il proposito di prendere in giro, ma alla fine la salvezza c’è per tutti…bizzarra stravagante e inattesa’.”
E’ un libro dunque piuttosto intimista da un certo punto di vista. Quanto c’è di te, della vita che hai vissuto e di quelle che hai incontrato in questi racconti?
“Questa è la domanda alla quale non posso scappare e devo dirti, neanche voglio. Sicuramente, c’è molto, ma secondo me l’autobiografia non va cercata nei fatti, ma nella tecnica di creazione della trama. ‘La guerra è finita’ è una sorta d’immagine della mia mente: alcuni episodi traggono spunto da fatti realmente accaduti che io ho poi rielaborato. Autobiografico dunque lo è non nel senso di una totale corrispondenza con i fatti, ma nel metodo di rappresentazione che ho usato: sono state le mie emozione, i miei occhi, le mie parole a creare la storia. J. Allena diceva “Il mondo è il tuo caleidoscopio”; ecco, io aggiungerei: un caleidoscopio che crea attraverso la mente una realtà tangibile in proporzione al significato, conscio o inconscio, che diamo ai fatti. È la mente che tramite questo marchingegno crea il tuo universo, e la coscienza tara il caleidoscopio”.
E se ti chiedessi, perché hai deciso di scrivere un libro, questo libro, cosa mi risponderesti?
“Si scrive per sedurre! Dopo aver scritto per un po’, mi sono fermato, ho riletto e…mi sono reso conto che nessuna donna avrebbe letto un mio libro perché mancava di qualcosa; certo non di sentimento, ma di una passeggiata spensierata, del cicalio, del talento di una scrittrice francese che sente e non ragiona troppo. Così ho buttato tutto e ho ricominciato, fino a quando non ho trovato l’incastro perfetto, come un puzzle: quando è finito, nessuno più vede i pezzi ma solo l’immagine finita. Mentre scrivevo la storia cambiava: Wojtyla aveva lasciato il posto a Ratzinger, gli USA avevano eletto il primo presidente di colore, il mondo moriva di fame sotto la crisi e, da qualche parte, qualcuno era felice. Ecco, io volevo essere uno di questi, ma la felicità può diventare un problema: può essere pericolosa, deve essere conquistata. E’ come la libertà. E questo libro alla fine parla anche un po’ di questa difficoltà, di quella di trovare la propria redenzione, il proprio cammino per essere felici, per poter dire che ‘La guerra è finita!”.
Scrivere è tante cose…che cos’è per te?
“Vuoi che ti dica perché mi piace scrivere? Perché ti da modo di riparare sempre agli errori, almeno fino a quando il libro non è pubblicato. Mentre scrivi, puoi tornare indietro senza dover dire mi sono sbagliato o aspetta non intendevo questo. Nella vita reale invece le frasi giuste mi arrivavano quando il treno è partito, dopo che ci siamo salutati, quando la macchina ha chiuso lo sportello. Con i libri, puoi sempre riparare. Ecco, a me piace scrivere perché le idee brillanti mi arrivano troppo tardi”.

“Io sono un uomo come tutti gli altri, fatto di carne, cervello e qualcos’altro. Quel qualcos’altro mi ha sempre affascinato”

Tags: , , , , , , , , ,