Le voci del porto di Senigallia

14 agosto 2014 | Commenta Scelti per voi

“…quando noi eravamo i ragazzi del porto”

Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia.

Ma nel buio… Tutto quell’infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco.

Non lo spegni, il mare, quando brucia nella notte.  

Baricco, Oceano mare


Il mare Adriatico

Il mare, luogo di speranze, ma anche di lutti e di tragedie, di battaglie e di pirati, era la risorsa da cui tradizionalmente traeva sostentamento tutta la città di Senigallia, ma in particolare le famiglie del quartiere limitrofo, detto Rione Porto. L’Adriatico prende il nome da Hadria, colonia etrusca tra l’Adige e il Po, ma fu chiamato dai romani, che lo raggiunsero a Sena Gallica nel terzo secolo a. C., mare superum, in contrapposizione con mare inferum, il Tirreno.

Il porto

Il porto era il luogo di incontro di genti di ogni provenienza e di ogni cultura, di partenze, dolorosi addii e felici ritorni, di scambio di merci e rifornimenti. Porto, terra ferma, ritorno a casa. Lo vedi da lontano il porto, anche nel cuore della notte, le sue luci danno speranza, anche nello spessore delle nebbie, ti avverte della sua presenza con il suono della sirena.

Il faro

La vista del faro, con la sua luce, punto di riferimento per la navigazione, rassicura l’uomo di mare che la terra vicina termina lo svolgersi infinito delle onde; guida rassicurante per i marinai che solcano le acque nella notte, come una stella artificiale.

Notte D’estate

La notte calma dell’estate illumina il mare al di là degli scogli in uno scintillio, come se il cielo si rispecchiasse nelle acque, riflettendo il suo manto stellare, ma non sono le stelle celesti, bensì le luci dei pazienti pescatori che nel cuore del buio, quando non si distingue più il confine tra cielo e mare e le tenebre avvolgono tutt’intorno, attendono sereni di tirare su le loro reti.

Alle prime luci dell’alba il porto si popola, i pescherecci hanno ormai fatto ritorno e attraccano sicuri; i pescatori lavorano pulendo le reti e sistemando il “bottino” della nottata, aspettando l’arrivo dei passanti che si fermano a comprare il pesce fresco: alici, sardine, sgombri, suri, triglie, seppie, sogliole, pannocchie, cefali, vongole, cozze.

Gli Amici Del Molo

La domenica mattina gli Amici del Molo, associazione nata nel 1982 come Fratellanza, si incontrano nel capannino sul molo di ponente tra il fiume Misa ed il Porto Canale, accolti dalla brezza marina, dalle onde e dai venti a cui sanno sempre dare il nome. Al loro interno ad uguale dignità vi è il marinaio, il pescatore, il facchino, il “pesciarolo”, chi lavora al porto o ai cantieri navali e chiunque ami passeggiare in spiaggia e sedersi ad osservare dalla darsena il mare che si apre all’infinito.

La gente del porto

Dai racconti della gente del porto, si può attingere ad un sapere profondo, sulla vita di un tempo, sulla città, sul mare e sull’oceano. Sono persone anziane e sagge che conoscono lingue straniere, tradizioni diverse, e che amano narrare di un mondo che non esiste più.

Wilma Durpetti: “Siamo nati introno alla fine degli anni 20 nel Rione Porto; qui non vivevano solo i poveretti, ma anche medici e avvocati, però prevalentemente il quartiere era abitato da pescatori. D’estate, quando questi rientravano dalla pesca, noi tutti, prima di vederli apparire all’angolo della strada, sentivamo il rumore che i loro zoccoli di legno facevano battendo sul selciato. Ognuno di loro, oltre all’immancabile cesto di pesce, teneva penzoloni per una chela un grosso granchio rosso, che si contorceva, dimenandosi disperatamente alla ricerca dell’acqua di mare, ma l’aspettava una pentola di acqua bollente dove sarebbe diventato, poi, di un rosa pallido”.

Uomini di mare

Rinaldo Rinaldi: “Finita la guerra, circa all’età di sedici anni, mi sono imbarcato per la prima volta su di un piroscafo inglese. Per quattro anni sono stato in mare in Argentina. Sono arrivato fino all’Antartide. Ho fatto Capo Horn tre o quattro volte, è micidiale! Ho pure fatto il viaggio dei 5 continenti, dove praticamente non si vede altro che acqua, cielo e mare. A 25 anni mi sono sposato e mi son messo a terra a fabbricare reti da pesca, sostituendo mio padre, ma avevo sempre la nostalgia del mare, di navigare. E pensi, ho costruito anche le barche ed ho avuto 4, 5 pescherecci, pur lavorando alle reti da pesca, proprio perché ero innamorato del mare ed ho continuato questa vita finché ho potuto: poi ho tramandato tutto ai miei figli”.


Giorgio Pasquali
: “Mio padre mi ha portato in mare all’età di 14 anni, perché non avevo voglia di studiare. Quando ho iniziato ad andare per mare, c’erano i pescatori filosofi, e dicevano: “mamma non piangere della mia triste sorte” quella del marinaio. Nel mio primo imbarco, io ero giovanotto di seconda, poco più in su del mozzo, ma al momento della tempesta io ero sempre in timoneria con il comandante. Quando ho attraversato le acque del nord America, il comandante mi ha detto “Giorgio alzati in piedi! Sono andato al consolato per te: da oggi non sei più giovanotto!”. Quindi prima di essere pescatore ero marinaio, ho navigato tutti i mari del mondo, tra aurora boreale e balene”.

La Tempesta: il mare ci guardava come le montagne

Tacque; e, dato di piglio al gran tridente,
Le nubi radunò, sconvolse l’acque,
Tutte incitò di tutti i venti l’ire,
E la terra di nuvoli coverse;
Coverse il mar: notte di ciel giù scese.
S’avventaro sul mar quasi in un groppo
Ed Euro, e Noto, e il celebre Ponente,
E Aquilon, che pruine aspre su l’ali
Reca, ed immensi flutti innalza e volve.

Odissea


Rinaldo Rinaldi
: “Nella Guascogna, con un piroscafo italiano, siam passati con un mare che ci guardava come le montagne: dovevamo perdere la vita, era l’otto dicembre, la festa della Madonna, che da quella volta rispetto continuamente. Mi sono trovato fuori, sul bordo della nave, ed è arrivata un’ondata, poi mi sono trovato aggrappato alla ringhiera, quella volta è stato duro, vuol dire che non dovevo morire. Il mare ci guardava come le montagne quando arrivavamo, di notte poi, fa paura veramente! Non si è nulla di fronte al mare, neanche la grandezza di una nave non è nulla rispetto al mare mosso. C’è un gergo marinaresco che dice “Mezzo marinaio fa la Guascogna. Marinaio fatto, Capo Horn”. Ed io le ho fatte tutte e due”.

Ricetta di mare: il brodetto

Dalla voce di Giorgio Pasquali: il brodetto, vuol dire un po’ di tutto. Ci si mette un pesce di ogni specie, se lo vuoi cucinare prima cominci da quello più duro, poi piano piano quello sempre più delicato. Subito ci si mette la seppia, qualche conchiglia, i totani, il polipetto, la pannocchia, quelli vanno cucinati prima e fatti bollire a fuoco basso e per più tempo, poi si aggiunge il pescato più delicato, fino ad arrivare a quello che cuoce in due minuti.

Il meteo di mare: detti storici

I marinai si tramandavano di padre in figlio alcuni detti, molti relativi al meteo. Si tratta di proverbi tramandati da secoli dai nostri avi e che, la maggior parte delle volte, corrispondono al vero.

Tempo che luc’ acqua produc’: quando il sole si infila in mezzo alle nubi, è quasi tutto nuvolo, però di qua e di là c’è un raggio di sole, presto piove.

Quando una stella è vicino alla luna, il tempo fa fortuna. Per “fortuna” si intende: fortunale, cattivo tempo.

Quando lampa il ponente, non lampa per niente!  Fare attenzione ai lampi provenienti da ovest.

Quando noi eravamo i ragazzi del porto 

Wilma Durpetti: “Nella mia mente sono sempre rimasti i pescatori di un tempo e molti miei amici dei giochi infantili. Come una magia, ora se lo voglio, data la mia veneranda età, quando ci troviamo insieme nel capannino sul molo, mentre loro parlano del passato e del mare, io chiudo gli occhi, mi assento, cancello subito gli anni e mi sembra di ritrovarli fanciulli e giovani nella piazzetta della nostra infanzia”.

 

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