Il respiro dell’essere

14 agosto 2014 | Commenta Scelti per voi

Che cos’è la bellezza? Difficile riuscire a dare una risposta che metta tutti d’accordo, che esprima ciò che ognuno di noi pensa in maniera univoca. Forse è proprio questo a rendere la bellezza così inspiegabilmente indispensabile, che si origina dentro di noi e diventa arte

Le Marche sono una terra colorata da tante sfumature, motivo per il quale è ancora più difficile dare una sola definizione di bellezza.
Si provi a chiedere a ogni marchigiano cos’è la cosa più bella della sua regione e otterremo forse 1.553.138 di risposte differenti.
Perché noi marchigiani siamo così: la bellezza fa parte del DNA di questa terra, tanto a volte da non riuscire neanche a vederla per quanto ne siamo abbagliati.
Così, a volte accade che, a ricordarci qualche accezione ulteriore di bellezza, o a farci notare le molteplici potenzialità della nostra terra, è qualcuno che viene da fuori e che qui nelle Marche è capitato per potenziare il bello e per aggiungere qualche altra sfumatura a questo quadro meraviglioso nel quale abbiamo la fortuna di abitare.
Bellezza … sfumature … quadro, tre parole che, se riflettiamo un attimo, hanno qualcosa in comune: sono spesso riferite al mondo dell’arte. Quell’arte che scorre nelle vene delle Marche, per la quale siamo conosciuti ed ammirati nel mondo, dai Bronzi di Cartoceto, alla Basilica di Loreto.

Antonio D’Amico è uno storico dell’arte, un curatore di mostre, ed ama la nostra terra che frequenta da diversi anni, e l’anno scorso è ritornato, chiamato dal suo ‘mentore’ Vittorio Sgarbi, per lavorare alla grande mostra di Osimo, Da Rubens a Maratta, occupandosi della sezione di Camerano. Gli incontri non sono mai casuali. Infatti, fra questo eclettico uomo d’arte, siciliano di nascita ma che attraversa praticamente tutto lo stivale seguendo la scia della bellezza, e Gabriele Santini insieme a Edoardo Granini, giovani imprenditori di 169design, è nato un fitto dialogo prolifico che ha portato quest’anno alla prima edizione di “Caleidoscopio Festival delle Arti a Camerano”; un evento che ha promosso l’arte diffusa in città, attraversando tanti secoli di storia, arte e identità.
Dalle grotte ipogee, al Seicento con Carlo Maratti, al Novecento con Quirino Ruggeri, fino al contemporaneo. E già, il contemporaneo. La capisci tu l’arte contemporanea? Per un qualche strano motivo, ci sembra che sia qualcosa di complicato, di lontano da noi, di troppo fuori dalle righe per essere compreso. Specie per noi marchigiani che i piedi li abbiamo ben saldi a terra.
Ma questa volta credetemi, vale la pena di lasciarsi fluttuare un po’ e di farsi trasportare quasi su un universo parallelo, quello che si crea magicamente quando si varca la soglia della Chiesa di San Francesco a Camerano e si entra nelle dimensione di ‘Se dico Aria’.
E’ questo il titolo di una mostra senza precedenti per la nostra regione, qualcosa di unico e che permette alle Marche di aprirsi al mondo, ospitando e attraendo gente proveniente da Paesi tanto lontani da noi, ma che sappiamo attrarre come una calamita.
Per anni siamo rimasti chiusi in noi stessi, a rimirare la nostra bellezza, senza comunicarla agli altri.
Uomini, idee, eventi come questi ci danno oggi la possibilità di respirare un’aria nuova e di farlo a pieni polmoni: le Marche amano l’arte e attraverso di essa possono aprirsi al mondo!
E ‘Se dico Aria’ è proprio l’espressione perfetta di quanto la nostra regione ricca di storia e di tradizioni, sia anche in grado di dialogare con il nuovo.

Il titolo della mostra nasconde una domanda che il curatore ha idealmente sognato di rivolgere a tutti, ‘Se dico aria, tu dici …?’, perché tutti viviamo d’aria, un elemento impalpabile, trasparente, intangibile, forse l’unico trascendente e immanente al tempo stesso; grazie all’aria che respiriamo siamo vivi e possiamo godere di tutto il bello che ci circonda.
Entrando nella Chiesa di San Francesco, vi verrà naturale dare la vostra risposta, mentre vi incanterete a guardare le installazioni sospese di Marcello Chiarenza, Chris Gilmour, Angela Glajcar, Kaori Miyayama, Gianluca Quaglia e Medhat Shafik. Sei artisti internazionali – due italiani, un inglese, una tedesca, una giapponese ed un egiziano – abituati a calcare i palcoscenici dei grandi musei del mondo che hanno accettato di venire qui, nelle Marche, a Camerano, per dare libera interpretazione alla leggerezza e all’incanto.  Visitando la mostra lascerete respirare la vostra anima, farete parlare la bellezza e sarete portati in alto dalla leggerezza dell’aria.

Tre domande ad Antonio D’Amico
Perché hai scelto la chiesa di San Francesco come location di ‘Se dico Aria’?
“Lo scorso anno in occasione della mostra Da Rubens a Maratta, Vittorio Sgarbi insieme a Liana Lippi mi chiesero di occuparmi della piccola sezione di Camerano. Con grande entusiasmo sono venuto qui ed ho conosciuto l’Assessore alla cultura che mi ha fatto visitare con orgoglio questa cittadina. Per uno storico dell’arte che studia arte marchigiana, è stata una grande emozione conoscere da vicino il borgo che ha dato i natali a Carlo Maratti, uno degli artisti più significativi di fine ‘600. Dopo aver visitato le grotte, la chiesa di Santa Faustina e la parrocchiale, di ritorno dalla chiesetta in cui è nato il Maratti, mi ha colpito il bel campanile della chiesa di San Francesco che domina il paesaggio; entrati in chiesa sono rimasto affascinato e ancor di più salendo lassù. Affacciandosi si domina una vista incantevole e ho subito percepito l’aria sul viso, una carezza quasi, ed ho capito cosa vuol dire Dio, cosa vuol dire creato, cosa vuol dire luce, sole, amore per la semplicità, per le piccole cose: una vera teofania, come se avessi avuto una visione sacra del creato.  Mi sono innamorato di quel paesaggio che vedevo e mi sono detto che avrei voluto fare qualcosa dentro quella chiesa, anche se non sapevo cosa. E’ passato poi tanto tempo e questa idea è rimasta lì, sospesa. A Natale di quest’anno ho rivisto una carissima amica Serena Cassissa, storica dell’arte e gallerista, e durante una cena le ho raccontato questa emozione. Lei mi ha guardato e mi ha detto ‘beh, perfetto! Lavoriamo insieme ad una mostra sull’aria!’. E da qui è partita un’avventura, che mi ha portato a pensare ad una mostra diversa, di installazioni. Davvero una pazzia, farlo qui a Camerano, in una cittadina piccolissima, patria di Maratti. Quindi, se dico Aria io dico libertà, emozione, abbattimento delle barriere, dei limiti, desiderio di sconfinare, di andare oltre. Per me aria vuol dire dialogo, abbraccio, senso di accoglienza. Ed è questo lo spirito della mostra”.
Perché questi sei artisti?
“Prima di tutto, questi sei artisti sono in grado di produrre con la loro arte un momento di riflessione per se stessi e per gli altri: e questo per me è arte. Se questa mostra riesce a far scoprire una piccola parte di se stessi agli altri è per me già un grande obiettivo raggiunto. Ci tengo a dire una cosa importante a questo proposito: io non ho chiesto agli artisti di elaborare il tema e realizzare un’opera. Ho cercato artisti ai quali il concetto di aria appartenesse già. I sei lavori che vedrete sono venuti fuori dal dialogo con i vari artisti e da un linguaggio che tutti loro portano avanti da tanti anni. Questa non è una mostra a tema, bensì questi artisti identificano l’aria col dna del loro lavoro. Marcello Chiarenza, Chris Gilmour, Angela Glajcar, Kaori Miyayama, Gianluca Quaglia e Medhat Shafik sono gli artisti perfetti per ‘Se dico Aria’ ”.
Perché non perdere ‘Se dico Aria’?
“Intanto perché non si è mai visto nelle Marche che all’interno di una chiesa settecentesca si faccia una mostra con tutte installazioni aeree. E poi, se è vero che l’arte ci deve stupire…questa mostra lo farà sicuramente! L’idea che non ci siano dipinti, sculture, video, niente di tutto quello che siamo abituati a vedere in una mostra, è imperdibile! Forse non ricapiterà mai più di vedere a Camerano una suggestione come questa. Abbandonate un minuto la spiaggia e venite a guardare con i vostri occhi!”

 

KAORI MIYAYAMA
Le radici del cielo
Dal Giappone, quest’artista buddista animista, fa della trasparenza l’incontro tra la terra e il cielo, pensando che il vuoto, lo spazio che c’è tra la terra, le sue radici e il cielo sia vissuto a pieni polmoni dall’uomo: L’Aria è l’uomo, con il suo vissuto e le sue ideologie.
Arte come apertura totale.

GIANLUCA QUAGLIA
Da lontano ma vicino
Ha ritagliato con ossessiva precisione oltre 300 poster con un paesaggio di montagna, lasciando il cielo, per farlo diventare perimetro della sala e trasformando la montagna in tante rocce che invadono il pavimento della sacrestia: sono spariti i limiti. E’ il superamento del limite, il desiderio di saperli riconoscere, dargli un nome e sconfinarli.
Lo sconfinamento dei limiti.

MEDHAT SHAFIK
Le città sospese
L’arte non ha bisogno di parole, di spiegazioni. L’arte deve far sognare, far riflettere ed allo stesso tempo elevare il nostro io e quindi, per chi ci crede, l’anima. E’ il respiro, l’elevazione dell’anima e della persona.
L’abbraccio.

ANGELA GLAJCAR
Terforation
Guardare l’esterno per scoprire chi siamo veramente. Prendere dei fogli di carta e strapparli da dentro, creando delle viscere, dei cunicoli, qualcosa che permetta ad ognuno di guardare dentro, quasi un tunnel. Una sorta di microscopio che guarda il proprio passato.
Introspezione.

MARCELLO CHIARENZA
La pesca delle stelle
Un artista che non fa altro che sognare, vivere di fantasia e di emozione. E’ l’artista della piazza, quello che non ha una fissa dimora, quello che incontra i bambini, che scrive le fiabe e poi le porta in teatro. Porta un cielo pieno di stelle all’interno di una chiesa e ci fa immaginare di pescarle.
Il cappellaio magico.

CHRIS GILMOUR
Piano Stanway, Airplane model (Messerschmitt Bf 109), Airplane model (supermarine spitfire).
E’ un artista che elabora in scala reale tutti gli oggetti che ci possono circondare nel quotidiano, che hanno una pesantezza. La sua meravigliosa follia è quella di soppesare le cose, trasformando i pesi. Innesca la curiosità di capire quanto può pesare un corpo. Guardando la sua arte capiamo quanto spesso i nostri pesi possiamo portarli con più leggerezza.
Leggerezza e curiosità.

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