Quel che rimane della Transumanza

11 giugno 2014 | Commenta Scelti per voi

Breve indagine sul cambiamento antropologico dell’Appennino centrale

Se anche le pecore avessero una Terra Promessa non potrebbe che essere l’Appennino, la spina dorsale che divide lo stivale italiano in est e ovest. E, forse perché ogni Terra Promessa che si rispetti deve contemplare la partenza, poi la lontananza e infine il ritorno, già secoli fa, i pastori che abitavano quelle montagne -in epoche in cui dai greggi dipendeva la sopravvivenza quotidiana di intere popolazioni – si erano inventata la Transumanza. In latino “transumare”, parola che mette insieme il prefisso “trans” (attraverso) e il sostantivo “humus” (suolo), vuol dire transitare da un terreno all’altro. Così dai territori marchigiani dei Sibillini e dei Monti della Laga ma, soprattutto, dai massicci abruzzesi, alla fine della stagione calda, i pastori, con i loro garzoni e le loro mandrie, migravano dai pascoli montani verso le pianure, percorrendo centinaia di chilometri per raggiungere le meravigliose distese d’erba del Tavoliere di Puglia o le colline delle Murge e del Gargano, alla ricerca di pascoli abbastanza floridi e grandi, da sfamare le masse di animali durante l’inverno. Per poi rifare il percorso al contrario, all’arrivo della bella stagione, e tornare verso casa; per sfruttare, a disgelo avvenuto, le distese d’erba più ad alta quota. Se la pratica di transumare era già diffusa dall’Età del Bronzo, fu con i Sanniti, poi con i Romani e, molto più tardi, con gli Aragonesi, che essa si sviluppò in modalità più organizzate e addirittura regolamentate.
La migrazione dei pastori e dei loro greggi, con tutti gli scambi commerciali a cui davano vita, avveniva attraverso i “tratturi”, percorsi erbosi creati dal passaggio delle carovane di animali, a volte larghi più di cento metri. Si calcola che la loro estensione totale, tra l’Italia centrale e il nord della Puglia, fosse di circa 3000 chilometri. Si trattava di un sistema complesso in cui, da arterie più centrali, si ramificavano miriadi di tratturelli, disseminati di rifugi e ricoveri per il bestiame. Erano i tempi in cui ammazzare un lupo, predatore per eccellenza degli ovini, e portarne in giro la carogna -di villaggio in villaggio- per mostrarla a tutti, ti dava il diritto alla riconoscenza in natura (latte, formaggi, lana, carne, verdure) dei paesani; tempi in cui l’allevamento era la forma economica più rilevante delle regioni montane. Ma non c’era la sola economia in ballo. La Transumanza era una realtà culturale, sociale e antropologica che ha impregnato di sé la vita materiale e spirituale di quei luoghi e di quelle genti, come  testimonia il fatto che lungo i tratturi sono sorti, epoca dopo epoca, centri isolati di culto e di arte, torri, castelli, rocche e centri abitati fiorenti di commerci. Lungo la strada i pastori avevano i loro punti di riferimento, famiglie o intere comunità presso cui sostare, riposarsi dal cammino, mungere e preparare il formaggio da vendere o da rendere in cambio dell’ospitalità e del riparo, mettendo in moto un dinamica virtuosa di relazioni e di commerci. Il loro passaggio scandiva le stagioni e collegava commercialmente e culturalmente due contesti molto diversi tra loro, le regioni montagnose centrali e la pianura costiera meridionale. La loro funzione trascendeva la semplice attività pastorale, poichè innescava, nei territori che toccava, quella che oggi chiameremmo una rete sociale (non virtuale).
Oggi che l’Appennino si va via via spopolando, che la pastorizia non è più un’attività familiare nè redditizia, che l’allevamento si avvale di avanzate tecnologie, che gli spostamenti di animali avvengono attraverso i mezzi pesanti, che ogni transito richiede autorizzazioni obbligatorie e faticose burocrazie, la Transumanza resiste come stile di vita e di lavoro in pochissimi territori e, comunque, non è più la stessa cosa. Nel peggiore dei casi è solo folklore, roba per turisti rurali, a beneficio dei quali si allestiscono brevi ed esotici itinerari al seguito delle pecore. Mentre, laddove ci sono piccole sacche di resistenza economica, come nel caso del territorio ascolano di Roccafluvione e dintorni, ha assunto altre e più contenute forme. In questi contesti la Transumanza, attualmente, è divenuta un’attività territoriale di piccolo raggio, come testimonia “A passo d’uomo tra i pastori”, un prezioso documentario a basso costo realizzato da un gruppo di giovani film-maker ascolani. Gli spostamenti non sono più lunghi di 20 chilometri e si consumano nell’arco di una primavera/estate. Si parte dagli stazzi, situati ad un’altitudine di non più di 500 metri, dove gli animali passano l’inverno, e si sale fino ai 1500 durante la bella stagione. Infine, se quello del pastore era, un tempo, il mestiere dei padri che diventava quello dei figli, oggi è percepito come un’attività quasi umiliante, un lavoro di serie B. E i pastori sono quasi tutti stranieri. Albanesi, macedoni, rumeni.

Pavel il pastore
Pavel ha 48 anni ed è rumeno. Richiama continuamente e a gran voce il cane nero che lo affianca, Billy, a fare il suo lavoro. Sembra avere grande dimestichezza e confidenza con le pecore che lo seguono unite verso il pascolo. E invece è un mese appena che fa il pastore. “Prima non avevo mai veramente lavorato”, dice tra il serio e il faceto, lasciando passare le parole attraverso un sorriso sghembo, ”tranne che sotto Ceaucescu”. Sua moglie è morta tempo fa e sua figlia vive ancora in Romania. Lui è in giro per l’Europa da almeno vent’anni. Una vita vissuta in profondità la sua, tra avventure e disavventure, talvolta ai limiti della legalità. Ha l’espressione impavida e senza finzioni di chi la sa lunga; il volto scavato e lo sguardo sicuro, di un nero  intenso. La sua casa e il suo lavoro sono ora tra queste montagne, al confine tra le Marche e l’Abruzzo. “Mi piace vivere qui”, dice nel suo italiano con l’accento a est, “avevo bisogno di una vita diversa, dopo tutto il mio vagare. Montagne e tranquillità, questo mi serve”. La fatica è tanta per Pavel, che inizia la sua giornata alle cinque e mezza di mattina e si ferma davvero solo dopo le dieci di sera. Giorni totalmente liberi non ce ne sono, per lui. E, a breve, sarà il momento di transumare, sebbene lo spostamento sarà minimo, niente a che vedere con i lunghi viaggi dei suoi predecessori.
Pavel sembra un uomo felice, almeno provvisoriamente. E lo stipendio? Quanti soldi riesce a guadagnare, oggi, un pastore, anzi un pastore  straniero sull’Appennino? Pavel si fa una risata. Poi rivela: “Domani è il giorno della mia prima paga. Solo dopo  saprò davvero se restare qui a fare questo mestiere o se partirò un’altra volta”.

Testo e foto di Giampaolo Paticchio


La Transumanza in poesia

I pastori   di Gabriele D’annunzio

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

 

Un Festival dell’Appennino, tra Sibillini e Monti della Laga
Da quattro anni, la Provincia di Ascoli, coadiuvata dal ministero dell’Ambiente e da diverse associazioni locali, organizza sulle montagne intorno ad Ascoli il Festival dell’Appennino. Con una cadenza che attraversa le stagioni, il festival propone un percorso, aperto a tutti, di conoscenza di quei luoghi ricchi di meraviglie, naturali e non, eppure poco conosciuti. Lo fa sovrapponendo le escursioni tra boschi, santuari, castelli, eremi e minuscoli centri abitati, all’esperienza collettiva del camminare insieme; miscelando le tradizioni e le feste popolari sopravvissute allo spopolamento di quei monti, con la loro narrazione storica e creativa, attraverso concerti inaspettati in luoghi sperduti, spettacoli teatrali in improvvisi scenari naturali, performances acrobatiche in antichi santuari ed altre esperienze. L’edizione 2014, già iniziata a maggio, proporrà, tra gli altri, anche questi appuntamenti:

21/6 Palmiano (bivio Force –Venarotta) – “SOLSTIZIO BERBERO” Convegno al tramonto, gastronomia araba, concerto di musica berbera degli Amine & Hamza (Tunisia)

28/6 Quintodecimo di Acquasanta T. – “RITMI E SUONI NEL CUORE DELLA LAGA” Escursione cascata Noce Andreana, musica etnica

3/7 Tallacano Sassospaccato di Acquasanta Terme (AP) – “LA NERA SIGNORA” Escursione, rito, spettacolo della Compagnia dei Folli (Produzione del Festival)

6/7 Forcella di Roccafluvione (AP) – “FORCELLA FOLK FESTIVAL” Escursione, musica popolare

15/7 Rocchetta di Acquasanta T. (AP) – “ROCCHETTA FILM FESTIVAL” Escursione notturna,  spettacolo, cortometraggi dell’Appennino Perduto

17/7 Force (AP) – “FORCE FELLINIANA (E SE FEDERICO FELLINI FOSSE NATO A FORCE) ?” Festa di chiusura del Festival dell’Appennino 2014

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