Mani di Vergara

23 marzo 2014 | Commenta Scelti per voi

La quasi autobiografia di una figura femminile legata alla terra, oggi quasi sconosciuta

Mi chiamo Gemma, vivo nelle campagne di Recanati e sono una vergara. Un giorno  qualcuno è venuto a dirmi che stavo diventando un esemplare raro,  una delle poche sopravvissute di una specie in via d’estinzione. Voleva conoscere la mia storia e fotografare le mie mani. Nessuno me l’aveva mai chiesto prima. Non mi sono lasciata pregare e ho iniziato a raccontare.

*

Quando sono nata io, nel ’43, nessuno sarebbe stato interessato ad ascoltare la storia di una vergara. Il lavoro nei campi e nelle stalle, la cura dei piccoli, della casa e della cucina erano l’orizzonte naturale di ogni figlia di contadini. Ruoli e doveri rientravano nell’ordine necessario delle cose, fluivano nella consuetudine quotidiana quasi per predestinazione. Non c’era nemmeno il bisogno di dirselo, perché non c’era facoltà di scelta. Vergare lo saremmo state un giorno noi bambine, come lo erano state un tempo le nostre nonne e come adesso lo erano le nostre madri.
Sono l’ultima di due fratelli e due sorelle. Mio padre non era un mezzadro, come lo era invece la grande maggioranza dei contadini marchigiani. Lui non aveva padroni, era un coltivatore diretto con il suo bel pezzetto di terra. Abitavamo in una vecchia casa non lontano da qui, a poche centinaia di metri da quella dove vivo oggi con mio marito e con l’ultimo dei miei tre figli. All’epoca questa era una zona molto popolata e i più piccoli, mentre gli adulti erano al lavoro, passavano molto tempo insieme, badando gli uni agli altri.
Sono andata a scuola fino alla quinta elementare. Ci si arrivava a piedi, insieme agli altri. A sette anni mia madre mi comprò una brocca di terracotta e quel regalo segnò l’arruolamento ufficiale delle mie piccole braccia nel lavoro contadino. Era d’estate, la riempivo d’acqua fresca e la portavo nei campi, perché chi stava lavorando da ore sotto il sole potesse dissetarsi. In seguito fui iniziata dalle altre donne ai lavori più leggeri, come quello di legare i covoni dopo la mietitura. E a 11 anni, alla fine delle elementari, cominciai a frequentare le suore di un convento del paese per imparare il ricamo, mentre mia madre mi insegnò a lavorare a maglia e all’uncinetto. Questo solo d’inverno, perché d’estate c’era da fare nei campi e io ero ormai parte integrante della forza lavoro familiare.
Quando il sabato, giorno di mercato, mia madre mi portava nella piazza del paese, mi incantavo a fissare le donne che venivano dalla campagna con un cesto sulla testa, pieno di polli e di uova da vendere. Anche noi avevamo le galline e altri animali, ma non ho mai visto mia madre con un cesto in testa. Lei piuttosto vendeva i tessuti. Aveva ereditato un telaio dalla sua vecchia, che lo aveva avuto a sua volta dai proprietari della terra di cui lei e il marito erano mezzadri. I padroni, l’estate, venivano a godersi la collina mentre, il resto dell’anno, facevano i signori a Roma. Il telaio non era stato un regalo vero e proprio, a dirla tutta. Loro fornivano il cotone e mia nonna tesseva prima di tutto per loro. Quando poi il telaio passò a mia madre, lei ne fece una fonte di reddito familiare. Ci si applicava già alle 5 di mattina e, nei mesi invernali, ci lavorava anche 10 ore al giorno. Lei nutriva delle ambizioni per i propri figli, amava farci mangiare bene e ci vestiva dignitosamente; e io stessa, che nello studio ero abbastanza capace, avrei voluto continuare la scuola. Ma, all’epoca, le donne che andavano oltre le elementari erano poche ed erano tutte di paese o di città. Raramente si trattava di figlie di contadini.
La domenica, in paese, una volta finita la messa, la piazza si riempiva di ragazzi e di ragazze. Ci si guardava e ci si lanciava segnali senza dare troppo nell’occhio. Era in quell’occasione che nascevano e si coltivavano gli amori. I più spavaldi si facevano avanti da sé, ma erano per lo più i ruffiani a fare la spola tra gli uni e le altre. In particolare, la sera della domenica prima di Pasqua, la gioventù sfoggiava i vestiti nuovi. Era una tradizione: “la sera delle palme, se arnova la gente granne”. Anche in campagna, le occasioni comandate per incontrarsi e festeggiare insieme non mancavano certo. La trebbiatura era una di quelle; oppure la scanafogliatura delle pannocchie di granturco. Dopo una giornata di fatica collettiva con tutti i vicini -oggi si lavorava tutti insieme nel podere di una famiglia, domani in quello dell’altra e così via- la serata scivolava via tra cibo, balli, giochi e racconti. Si stava in cerchio. Spossati ma allegri.
Io, mio marito Luciano, lo conosco sin da piccola. Anche la sua era una famiglia contadina e abitavamo molto vicini. Il nostro era un mondo davvero circoscritto: il lavoro, la famiglia, l’amore si consumavano nel raggio di una valle. Io avevo 14 anni, quando ci siamo fidanzati, e Luciano era un ventenne con il cuore in mano, tutto per me. Al momento di sposarci, avevo già imparato tutto quello che era necessario per essere una vergara e una madre. Da allora non ho mai più avuto il tempo libero.
Allora ero più felice? Forse. Di certo ero più giovane. E in quegli anni c’era anche più relazione tra la gente. Il rapporto umano era il cuore di ogni attività, di ogni pensiero. Essere solidali non richiedeva sforzi, era una pratica quotidiana, naturale. Persino il pane ci si prestava tra famiglie. La filiera era davvero corta e passava per le persone. Oggi, la mia vicina, la sento qualche volta al telefono.
Non sono nostalgica, no. Sono invecchiata mentre il mondo cambiava e ci sono cose della modernità che mi entusiasmano. Non sempre il benessere rende liberi e felici, ma non tornerei sottomessa a un padrone per arricchirlo spaccandomi la schiena. E non rinuncerei all’indipendenza che le donne hanno conquistato rispetto ad allora. Né alla possibilità che i figli, una volta adulti, possano scegliere di staccarsi dai genitori e andare per la loro strada.

La vergara nei libri e sul web

“La vergara jo ppe le scale

ci’à checcosa su lu sinale

ce portasse ‘na pollastrella

l’anno nou e la pasquella”

(da La Pasquella dei Monti Sibillini)

“il matriarcato della Sibilla (…) che esalta il ruolo della donna nel passaggio cruciale dalla preistoria alla storia della civiltà occidentale, (…) modellato sull’alter ego profano della Vergara .”
(in “La dama delle acque. Misteri e tesori della sibilla appenninica” di Lando Siliquini)

“la vergara (la moglie del capo-famiglia) tesseva al telaio pezze, rigatini, saie e mezzolàni con la lana delle pecore allevate, la canapa e il lino che provvedeva a coltivare.”
(in “Le ragioni di una visita” di Dante Cecchi)

“la vergara (con l’accento sulla prima a) è la donna di casa, la massaia deus ex machina della cucina, centro nevralgico delle attività domestiche e agricole.”
(da www.oliviaemarino.it)

“Era la vergara (la matriarca) che di solito si caricava dell’incombenza e pesava e dosava la farina con la stessa cura dell’orafo: ogni granello era un prezioso dono di Dio.”
(da www.dialettando.com)

 

di Giampaolo Paticchio – foto Giampaolo Paticchio

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