Cabernardi, tra passato e presente

23 marzo 2014 | Commenta Scelti per voi

La memoria è la consapevolezza di ciò che siamo, e raggiungendo il piccolo borgo di Cabernardi si ha la sensazione di riappropriarsi di un passato in grado di raccontare le Marche che furono

Cabernardi, un salto nel passato
Senza l’ausilio di nessuno strano marchingegno è possibile, a volte, fare un salto indietro nel passato e riappropriarsi di un pezzo di storia delle Marche, dimenticata, ma non troppo lontana da noi.
Basta percorrere una serie di tornarti contornati da verdi colline e raggiungere un piccolo borgo, a circa otto chilometri da Sassoferrato, nella provincia di Ancona, per capire che quel luogo è in grado di raccontare le Marche che furono, le storie degli uomini che l’abitarono e del loro lavoro. Quell’insieme di case, abitate, ristrutturate e abbandonate in cui vivono oggi circa 260 abitanti, è Cabernardi.

Il paese fino alla fine degli anni ’50 fu il più grande centro minerario d’Europa, grazie alla miniera di zolfo che ospitava, fonte importante di sostentamento per la popolazione locale, e in grado di garantire un certo benessere all’intera regione.

Cabernardi ieri e oggi
A raccontare ciò che fu Cabernardi, numerose testimonianze di archeologia industriale.
Appena entrati nel paese una serie di vecchi capannoni fanno da scudo ai resti della miniera, forni circolari a terra e strutture in muratura più alte, tra i quali spicca l’imponente torre “Donegani”,oggi in restauro.
Al centro del paese, a pochi metri dalla chiesa, la ex scuola elementare adibita a museo e la vecchia insegna di una farmacia.
A Cabernardi oggi regna il silenzio e la quiete, interrotti solo dal rintocco delle campane, dal canto di un gallo e dall’abbaiare di qualche cane.
Ben diversa doveva essere l’atmosfera presente fino al 1959, anno della chiusura della miniera, attorno alla quale, dopo la prima guerra mondiale, si sviluppò un sistema economico produttivo unico nella zona.
La miniera, rilevata nel 1917 dalla ditta Montecatini, arrivò ad avere circa 2000 dipendenti, provenienti sia da paesi limitrofi che da diverse zone d’Italia, e di conseguenza Cabernardi si arricchì di numerose infrastrutture, negozi e servizi assistenziali, ricreativi e relazionali.
I costi di questo benessere furono sicuramente alti: polvere, umidità, calore ed esalazioni, rendevano le condizioni dei lavoratori assai dure e pericolose. Nonostante ciò molti di loro non esitavano a percorrere diversi chilometri in bicicletta o a piedi per raggiungere la miniera e cominciare un estenuante turno di lavoro di otto ore.
La situazione mutò radicalmente dopo il secondo conflitto mondiale: molti operai vennero licenziati, altri mandati in pensione, altri ancora trasferiti presso altre miniere in gestione della Montecatini. La causa ufficiale della chiusura fu il progressivo esaurimento dell’area mineraria, sebbene anche il declassamento dello zolfo come prodotto strategico per la guerra e la concorrenza generata dai nuovi metodi estrattivi sviluppati negli Stati Uniti, hanno sicuramente influito nel graduale processo di smantellamento della miniera.

“Pane e Zolfo”: la lotta, l’occupazione, la chiusura
La miniera di zolfo di Cabernardi, venne chiusa definitivamente il 5 maggio 1959, nonostante l’estenuante lotta sindacale intrapresa dai minatori e l’occupazione della miniera da parte di 176 di loro, che si calarono a cinquecento metri di profondità per quaranta giorni.
L’occupazione da parte dei “sepolti vivi”, e gli eventi che seguirono, sono narrati in un prezioso documentario, girato nel 1956 da un giovane Gillo Pontecorvo, intitolato “Pane e zolfo”.
Il breve documentario ha la peculiarità di concentrarsi anche sui risvolti sociali legati alla chiusura della miniera, primo fra tutti un importante fenomeno migratorio, e conseguenza di ciò, la scomparsa di molti servizi e infrastrutture, che fece tornare Cabernardi ad essere il piccolo paese che era stato prima dell’avvento della miniera.

Il museo e il parco museo minerario
I settanta anni di attività mineraria sono raccontati oggi attraverso numerose testimonianze ospitate nel Museo della Miniera di Cabernardi, inaugurato nel 1992.
Il Museo racconta attraverso gli oggetti quotidiani del lavoro in miniera, le fotografie d’epoca e i ritagli di giornale, la vita della miniera e dell’intera comunità che visse a Cabernardi tra il 1887 e la fine degli anni cinquanta. All’interno del museo anche una “Galleria della memoria”, un tunnel, che richiama quelli sotteranei della miniera, dove sono esposti caschi da lavoro, maschere antigas, scarponi, portapranzo e borracce appartenute ai minatori e che rendono la visita particolarmente emozionante.
A ricordare le generazioni di minatori che attraverso un lavoro duro e pericoloso, ed a volte con la perdita della stessa vita, hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del settore chimico-minerario italiano, si aggiunge anche il Parco Museo Minerario delle Marche. Istituito nel 2005, è un vero e proprio ecomuseo di cui fanno parte anche i siti minerari di Pericara e Bellisio Solfare, e che si configura come un itinerario architettonico-naturalistico tra le numerose testimonianze di archeologia industriale. Tra i progetti del Parco è prevista anche la riapertura di alcuni tratti di galleria sotteranea.
Sebbene a Cabernardi siano ancora in corso i lavori di realizzazione del Parco Museo, quest’ultimo, insieme al Museo della Miniera, potrebbe contribuire alla nascita di un vero e proprio distretto culturale, andando ad arricchire una zona già di per sé ricca di testimonianze storico-archeologiche.

 

di Stefania Cecconi – foto Stefania Cecconi

 

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