Proud of Marche!

22 marzo 2014 | Commenta Scelti per voi

La storia di Jason ed Ashley Bartner ribalta un mito: il sogno americano diventa il sogno marchigiano.

Un collegamento via skype per quanto disturbato non mi impedisce di sentire distintamente qualcosa di importante: nelle parole di questi due giovani newyorkesi, o forse ormai dovrei dire piobbichesi, c’è tutto l’orgoglio di essere marchigiani che manca a noi, che in questa terra ci siamo nati. Non lo so se è perché l’erba del vicino è sempre più verde o se semplicemente è perché quando una cosa ce l’hai in mano fai fatica a comprenderne il valore. Ma ascoltarli parlare mi fa bene.

“Siamo arrivati in Italia nel 2006: giovane coppia in luna di miele. Ci siamo fatti un bel giro: Venezia, le Dolomiti, Napoli, Amalfi, Ischia. Poi ci siamo imbattuti nelle Marche: un posto dimenticato dalle cartine! Non avevamo informazioni, quasi come se ci trovassimo in un luogo fantasma. Ci siamo sentiti un po’ persi, sì ma…che meraviglia!La campagna marchigiana ci ha toccato! Due settimane a NY e già volevamo tornare. Dovevamo capire come, perché non stavamo progettando una vacanza, ma un cambio di vita. Avevamo 25 e 26 anni e pur non avendo sangue italiano, qualcosa qui ci aveva fatto sentire a casa: c’era qualcosa che ci apparteneva”.

Da New York alle Marche: perché?
“Ci sono delle volte nella vita in cui ti riconosci, in un attimo. Un po’ come l’amore della vita. Durante la luna di miele siamo stati solo di passaggio nelle Marche eppure c’è stato qualcosa che ci ha colpiti al cuore. Forse il tanto verde oppure i marchigiani: persone molto aperte, felici, generose. Quando abbiamo pensato di trasferirci in Italia, tutti amici e parenti ci hanno detto “Andate in Toscana o oppure in Umbria, che sarà la nuova Toscana!”. Ma non le abbiamo neanche prese in considerazione: volevamo una vita autentica, tra italiani, non in una comunità di stranieri. Non era interessante. Noi volevamo diventare italiani, vivere in maniera genuina: un cambio radicale. Quando siamo tornati qui nelle Marche abbiamo avuto la conferma che questo era il posto giusto per noi. Tutta l’Italia in una regione: ed è vero. Mare, montagne, tartufi ed un paradiso di verde. E gente in gamba, accogliente”.
Volevate voltare pagina insomma…
“Dopo 10 anni a NY eravamo pronti per un grande cambiamento di vita, volevamo diventare autosufficienti, avevamo voglia sporcarci le mani. Essere un cuoco in una città è molto diverso, manca la relazione con l’ambiente, con la terra, non c’è il senso di stagionalità. Era come se una parte di noi non si sentisse realizzata: una volta in Italia ci siamo sentiti pieni. Per noi questa è una vita più sana: potevamo rimanere a NY oppure tornare in California, ma comunque sarebbe stata una corsa continua. Qui c’è una vita di qualità, forse un po’ più semplice, ma di qualità. In America c’è una grande pressione a diventare ricchi, i soldi sono la cosa più importante. Ora è diverso: la gente non è ricca in questa zona, sono contadini, però sono felici. Per noi oggi i soldi non sono più la meta finale. Dopo la nostra luna di miele in Italia qualcosa è cambiato: prima pensavamo anche noi di dover lavorare, lavorare, lavorare e fare tanti soldi, sempre di più. Poi abbiamo visto questa realtà: c’era un’altra possibilità”.
Com’è stato e com’è vivere a Piobbico?
“Oggi ci sentiamo piorachesi: in quattro anni speriamo di poter diventare cittadini italiani, perché è qui che vogliamo vivere per sempre. Certo all’inizio non è stato facile; al massimo avevamo avuto tre vasi di fiori sulla finestra del nostro appartamento a Brooklyn e adesso abbiamo un ettaro di terra da coltivare! Ma avevamo fame di imparare questa vita e i nostri vicini ci hanno aiutato: ci hanno un po’ adottato, forse perché in noi hanno visto quello che non trovano nei loro nipoti, la voglia di vivere di campagna ed in campagna. I nostri amici hanno tutti sopra i 60 anni, perché durante il giorno non lavorano e possono tramandarci la loro esperienza. Abbiamo imparato che in campagna c’è sempre qualcosa da fare, non solo in estate; che un trattore può durare 100 anni, basta comprare i pezzi di ricambio ed aggiustarlo; che un chiodo curvo puoi raddrizzarlo perché ti servirà; che un pezzo di legno in mezzo alla strada si raccoglie perché qualcosa ci farai. Abbiamo l’orto, abbiamo un pollaio e ogni anno aggiungiamo qualcosa in azienda. Ogni inverno facciamo circa150 kg di salami e salsicce, abbiamo i nostri digestivi. Ma la cosa più bella in assoluto è che nei nostri primi 8 mesi, abbiamo incontrato più gente che nei nostri 8 anni a NY: e ci siamo sentiti più parte di una comunità. E non posso descriverti come ci ha fatto sentire, una sensazione davvero molto forte, soprattutto perché siamo stranieri. La nostra esperienza è davvero unica: se avessimo scelto di vivere più vicino ad una città come Roma o Bologna o magari in Toscana dove ci sono tanti stranieri,sarebbe stato diverso. Oggi siamo contadini, felici e marchigiani!”

La filosofia della Tavola Marche
Qui tutto è a km 0, una cucina fatta solo con ingredienti della zona. Ci raccontano che alcuni ospiti, per l’80% stranieri dagli Usa, Canada, Australia ed Europa, chiedono loro di assaggiare i “picci” o il sugo alla bolognese. Ma non li troveranno nel menù di Ashley e Jason che sono orgogliosi di proporre solo cucina tradizionale marchigiana, così come il vino. La loro scelta è stata quella di tornare alle origini, perché nella tradizione ci sono le cose buone. La pasta, è fatta a mano con le uova delle loro galline. Come digestivo potrete assaggiare il visciolino o il nocino fatti in casa. Quando era cuoco a NY Jason credeva che più ingredienti poteva avere a disposizione, più interessante sarebbe stato il suo piatto. Ora sa che anche con soli 3 ingredienti si può preparare un pasto da re perché con cibi freschi, stagionali e semplici si può ottenere il meglio. Nell’ottica del genuino, la loro scelta è stata anche quella di non investire in pubblicità: i social, il sito ed il blog sono il loro biglietto da visita, assieme al canale in podcast che utilizzano per proporre corsi di cucina marchigiana live.

“La prima parola che ho imparato in italiano è stata ‘tubi gelati’! Pensavo fosse un tipo di gelato e mi chiedevo perché continuassero a parlarne…quando poi non siamo potuti entrare in caso perché il freddo e la neve ce lo impedivano, ho capito che non era affatto quello che pensavo: ecco, questo a NY non sarebbe mai successo!”

 

di Eleonora Baldi – foto Alessandro Moggi

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