Il quadrato del Sator nelle Marche

29 dicembre 2013 | Commenta Scelti per voi

Secondo la leggenda ve ne sarebbero ben quattro. Eccone collocazione, storia e possibili motivi dell’incisione

Il Sator è un’iscrizione latina composta da cinque parole, ciascuna di cinque lettere, che recita: “sator arepo tenet opera rotas”. La terza parola, tenet, è palindroma, ossia può essere letta in entrambi i sensi, come lo è la frase nella sua interezza. Non solo, se mettiamo le parole una sotto l’altra otteniamo un quadrato 5×5, in cui la frase può essere letta, da sinistra a destra e viceversa, dall’alto in basso e viceversa.
La storia dell’uomo dal III millennio a.C. è piena di quadrati magici numerici e linguistici, solitamente spiegati come puri giochi aritmetici o lessicali. Diverso è il caso del Sator che è stato sottoposto a varie interpretazioni. La frase, infatti, tradotta letteralmente risulta quasi priva di significato e a lungo gli studiosi si sono interrogati sulla possibile traduzione di arepo. Per molto tempo il Sator è stato interpretato come uno stratagemma dei primi cristiani perseguitati per adorare la croce in forma dissimulata: i due tenet, infatti, disegnano al centro del quadrato una croce perfetta. Felix Grossner rafforzò l’ipotesi, scoprendo che anagrammando la frase si ripete due volte pater noster tra le lettere a e o, corrispondenti all’alfa e l’omega citate nell’Apocalisse di S. Giovanni. Successivamente si è legato il Sator ai templari ritenendo che fosse adottato per contrassegnare luoghi particolari. L’interpretazione in chiave cristiana cadde con la scoperta, nel 1936, di un Sator su una colonna della Grande Palestra di Pompei, certamente inciso prima del 79 d.C. anno in cui non erano ancora attestate comunità cristiane nella città distrutta. Oggi molti studiosi convergono nell’interpretare arepo come la corruzione del greco areopago, la collina di Marte ad Atene, e a leggere la frase, come altre iscrizioni antiche, in maniera bustrofedica, a serpentina: la prima parola da sinistra a destra, la seconda da destra a sinistra, ecc. Così si ottiene: il seminatore le opere tiene, l’Areopago (tiene) le ruote, ovvero l’uomo ha in mano il lavoro, l’Areopago (gli dei o Dio) ha in mano il destino. L’esaltazione del potere divino sull’uomo è coerente sia con il cristianesimo che con le filosofie che lo precedono, ma il Sator rimane a tutt’oggi un mistero, la cui esatta funzione non è provata e di cui perciò è facile trovare molteplici ed eccentriche interpretazioni.
Ve ne sono svariati esemplari in Gran Bretagna, Francia, Ungheria e persino in Siria. Ma, non mancano neanche nelle nostre Marche dove sono attestati almeno quattro quadrati magici. Potrebbero addirittura essercene di più o essere stati cancellati da restauri poiché spesso sono stati considerati trascurabili graffiti e pochi storici patentati se ne sono fin ora interessati.
L’unico a essere tutt’oggi accessibile nel suo contesto originario è il Sator inciso a lettere capitali nella sala “del Parlamento” attigua alla Chiesa di San Lorenzo a Paggese di Acquasanta Terme (AP), utilizzata dal ‘500 per le adunanze comunali e vicariali, collocato tra un grande affresco quattrocentesco e alcuni graffiti che riportano fatti di cronaca locale (un matrimonio, la grandine, la peste) datati tra il 1600 e il 1907. A differenza degli altri graffiti della sala, il Sator non è datato, ma certamente è antecedente agli anni Trenta, in quanto compare già in una cronaca di quegli anni. Non è possibile fare supposizioni su chi possa essere stato l’incisore e i motivi, ma è ipotizzabile che sia stato copiato da chi ha visto un’incisione simile in un altro sito.
Le altre tre testimonianze marchigiane sono incise in campane. Un numero eccezionale dovuto al fatto che nelle Marche del Medioevo era una pratica diffusa incidere sulle campane formule magiche o propiziatorie poiché a esse era attribuito un valore taumaturgico e apotropaico capace di diffondere il potere benefico sul contado ogni volta che venivano suonate.
La pieve di S. Maria in Plebis Flexiae di Fabriano (AN) che ha ospitato per secoli una campana bronzea con l’incisione del Sator, oggi di proprietà privata, sorge in un luogo ritenuto sacro già da piceni e romani e nel quale, tra il XII e il XIV secolo, operò una comunità di templari per l’ausilio ai pellegrini. Il quadrato magico è inciso nella linea mediana della campana su una superficie rettangolare anziché quadrata, con la prima e l’ultima s scritte in senso contrario. Insieme a questa incisione compare la scritta: Anno domini MCCCCXII mentem santam spontaneam deo et patriae liberationem, quindi è probabile che anche il Sator sia stato inciso nel 1412.
Completamente avvolta nel mistero è l’incisione che compare nella campana appartenuta alla torre detta “Brombolona” (da “bromboli”, stalattiti di ghiaccio), oggi quasi diruta, del castello di Primicilio a Canavaccio (PU). Una leggenda vuole che la campana, realizzata in bronzo nel 1407, a seguito del crollo della torre del castello di Gaifa che la ospitava, sia stata appesa a un olmo e poi rubata dal conte del vicino castello di Primicillo. Qui sarebbe rimasta fino ai primi del Novecento, quando fu rubata per la seconda volta; ricomparve alcuni decenni per essere nuovamente rubata negli anni Ottanta. Luigi Nardini, che scrisse un poemetto dialettale su di essa, riporta che oltre al Sator, compare, in carattere gotico, una dedica che consentirebbe di attribuire la campana e le incisioni a tale magister Marcus Antonius in Vinegia, autore di una campana con la stessa forma e dedica a Paganico.
Ancora più avvolta nel mistero è la quattrocentesca campana con inciso il Sator che secondo le testimonianze era presente nella chiesa di Sant’Agostino di Monterubbiano (FM), oggi probabilmente rifusa o sostituita a seguito dei restauri.

Per immagini e contributi si ringraziano Giuseppe Parlamenti e Balilla Beltrame

di Silvia Brunori

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