Hotel House, il mondo in verticale/pt 2

29 dicembre 2013 | Commenta Scelti per voi

Seconda puntata dell’indagine sul “mondominio” di Porto Recanati, laboratorio spontaneo di convivenze

Il palazzo di 17 piani, che svetta tra le costruzioni basse della periferia di Porto Recanati, è nato alla fine degli anni 60 come residence per la villeggiatura estiva e, oggi, è invece la casa di almeno 2000 persone provenienti da circa 40 paesi del mondo, compreso un piccolo gruppo di italiani. Descritto dai media locali come un luogo socialmente problematico, isolato come un ghetto da un punto di vista urbanistico, fortemente stigmatizzato dal territorio circostante, l’Hotel House è diventato protagonista, negli ultimi anni, di studi approfonditi da parte di sociologi, antropologi, urbanisti e ricercatori. Che lo considerano invece un modello abbastanza unico di convivenza spontanea delle diversità.
Nel momento in cui, nel 2004, Adriano Cancellieri, giovane dottorando dell’Università di Urbino, è sul punto di varcare per la prima volta il cancello dell’Hotel House, è intimidito dall’imponenza della struttura e dalla fama fortemente negativa che la precede. Esita sulla soglia. È là che un buon ricercatore deve abbandonare i suoi pregiudizi e le sue rappresentazioni preconfezionate. E l’intenzione di Adriano è quella di esplorare il “mondominio” in profondità. Fare una vera e propria ricerca sul campo e osservare i fenomeni da vicino. Ovvero vivendo egli stesso nel palazzo ed entrando in relazione con i suoi abitanti. Non sarà facile per lui mettere insieme la distanza che uno studioso deve mantenere rispetto all’oggetto del suo interesse, con il coinvolgimento personale che una convivenza diretta con lo stesso può comportare. Osservazione partecipata, la chiamano gli antropologi.
Oggi Adriano è un sociologo urbano che insegna allo IUAV, l’Università di Venezia, e proprio quest’anno ha pubblicato “Hotel House, Etnografia di un condominio multietnico”, che è il frutto della sua prima lunga permanenza nel palazzo, inizialmente ospite di alcune famiglie senegalesi; ma anche dei suoi ritorni periodici nel condominio lungo l’arco di otto anni, dei suoi incontri con gli abitanti, delle sue interviste, delle sue osservazioni e del suo diario di campo. Il sociologo racconta la sua esperienza come un viaggio continuo, da un continente all’altro, semplicemente attraverso uno spostamento in ascensore o un passaggio dalla moschea o un incontro casuale nel piazzale. E non c’è dubbio che per Adriano, dopo la sua esperienza, l’HH non sia più soltanto un campo di ricerca; per lui quel palazzo è anche, ormai, un luogo familiare, umanamente significativo.
“Per me, come ricercatore, cinque sono le cose che, messe insieme, rendono particolare ed estremamente interessante l’HH” – dice Adriano dall’altro capo di Skype – “la prima è che in un unico palazzo vivano tutti insieme quasi duemila migranti. La seconda è che gli stessi provengano da circa 40 paesi diversi e che, nel complesso, nessuna nazionalità sia significativamente predominante. La terza è l’isolamento urbanistico dalla città: il palazzo è come un albero nella steppa, senza collegamenti pedonali con il centro di Porto Recanati. Il quarto elemento è proprio il fatto che il tutto avvenga in un paese di diecimila abitanti e non in una metropoli. E, quinta e ultima caratteristica peculiare, quel palazzo era nato come un’utopia architettonica. Sono fenomeni, questi, singolarmente rintracciabili anche altrove in Italia. Ma in nessun caso, come nell’HH, essi si verificano così, tutti insieme”.
Nella sua ricerca Cancellieri racconta, con occhio metodologicamente scrupoloso ma anche con quotidiana partecipazione, in che modo le persone del condominio sperimentano le loro diversità, le maniere in cui riescono a farle convivere. Descrive la resistenza dei condomini all’isolamento da parte del resto del territorio, la loro percezione della ghettizzazione, il modo in cui subiscono o reagiscono allo stigma che, al traino della rappresentazione mediatica e istituzionale, definisce l’HH come un contesto dove domina l’illegalità.
Tutti giochiamo identità diverse in contesti e situazioni differenti. All’HH, la commistione di infinite differenze rende questo gioco particolarmente complesso ed evidente. Spiega infatti Adriano: “Complici anche la separazione dal paese e la brutta fama che grava sul condominio, paradossalmente gli immigrati che lo abitano hanno creato un’appartenenza al luogo, ricostruendo qui, lontano dai paesi d’origine, una loro nuova casa, con una serie di spazi di scambio e un’identità collettiva nuova, inedita. All’HH si assiste a una negoziazione costante tra gli abitanti su ogni aspetto della vita quotidiana, dai rumori, agli odori, agli usi culturali e religiosi differenti, che pure riescono a coabitare in uno spazio così circoscritto. Sono rare le volte in cui si arriva al conflitto distruttivo, la maggior parte delle volte il conflitto diventa un’occasione di conoscenza reciproca e di mediazione. Nonostante una concentrazione di popolazione di questo tipo, in un luogo pieno di limiti strutturali, a prevalere è quasi sempre il compromesso, la negoziazione quotidiana sostenibile”. E a pensarla così non è solo il sociologo, ma anche la maggior parte degli italiani che vivono nel condominio, le cui testimonianze popolano le pagine della sua ricerca. Come quella di Giuseppe, settantenne residente all’HH, che dichiara: “A dire il vero, io all’HH mi trovo bene. Bene. Appunto su quella base lì: rispetta e sei rispettato. Poi da tutte le parti il mondo è paese. Qui c’è compagnia, non sono uno che va fuori a fare amicizie, però se scendo, mi saluta uno, l’altro mi chiede, l’altro anche. Ti fanno sentire in mezzo alla gente, anziché essere il solito isolato”.

E allora come mai all’esterno, dell’HH trapela solo la dimensione problematica? Adriano risponde: “Di per sé già la struttura architettonica e la concentrazione di immigrati favoriscono la paura di chi non ha mai messo piede nel condominio, ma questa è solo una parte della risposta. Il resto è nella rappresentazione dominante dell’immigrato come pericoloso, alimentata negli anni dai media e dalla politica. Siamo, del resto, in un paese che spesso, negli ultimi anni, ha accolto nei suoi governi un partito esplicitamente razzista”.
L’esistenza di un simbolo così visibile come l’HH, ha reso forse più efficace la macchina della paura. E tuttavia a guardare oltre la cronaca, con lo sguardo lungimirante dell’antropologia, si può cogliere in questo gigante di cemento e nella sua colorata popolazione, un’avanguardia di futuri scenari sociali, un microcosmo dove si elaborano, in modo spontaneo e nella fatica quotidiana della mediazione,  nuove forme di convivenza.

 ***

Giorgio il regista
Giorgio Cingolani, antropologo e documentarista, nel 2005 ha girato un documentario sull’Hotel House, una specie di viaggio etnografico che, nel raccontare le vicende del palazzo multietnico, fa luce sulla difficile quotidianità degli emigranti. “Nell’HH è possibile osservare l’evolversi sociale in una condizione limite”, dice  Giorgio, ma quello che più lo interessa, in realtà, è soprattutto il riscontro sociale del lavoro che fa. Nel tempo, la sua attenzione si è focalizzata soprattutto sugli abitanti più giovani del condominio. Da poche settimane ha iniziato un corso di cinematografia proprio con loro, “perchè” -spiega- “queste persone non hanno bisogno di soluzioni pronte, ma di strumenti per cercarsele, di opportunità”. L’HH non lascia indifferenti e Giorgio, in particolare, è colpito dalla forma straordinaria di convivenza sociale e civile che, data la permanente situazione di emergenza -soprattutto strutturale- del palazzo, gli abitanti del condominio sono riusciti a creare. “La struttura è in condizioni di degrado e non è sostenibile una concentrazione di questo tipo in un edificio così architettato e così separato, fisicamente e simbolicamente, dal resto del territorio” -spiega Cingolani-  ” il rischio è che il degrado diventi anche sociale, incalzato dall’immagine mediatica in cui l’HH è intrappolato; più tu radicalizzi un simbolo, più quel simbolo diventa inespugnabile. In questo modo il ghetto finisce per essere alimentato sia dall’esterno che dall’interno dove, in assenza di alternative, la tentazione è quella di ricreare un habitat culturale familiare”. Lo stereotipo e il pregiudizio dall’esterno sono dunque destinati a rimanere forti se, anche urbanisticamente, non vengono aperti canali di interazione tra palazzo e territorio. Pur tuttavia, secondo il documentarista, un elemento di novità e di rottura dell’isolamento, rispetto a qualche anno fa, è proprio la presenza maggiore di adolescenti e giovani che, pur vivendo nel palazzo, entrano quotidianamente in relazione con il resto del territorio, dalla scuola in poi. “Ecco il motivo”, conclude Giorgio, “per cui bisogna puntare sulla loro consapevolezza e sull’acquisizione di competenze spendibili da parte loro”.

***

Monia e Sandro, gli operatori sociali
Monia Sabbatini e Sandro Clementi lavorano da anni come operatori sociali all’Hotel House. Insieme ad altre associazioni, gestiscono e animano gli spazi polivalenti del comune sotto i portici del palazzo, a vantaggio soprattutto dei bambini e degli adolescenti. Ma una parte delle attività del centro si rivolgono anche agli adulti, soprattutto alle donne, per le quali vengono attivate situazioni di apprendimento della lingua italiana e di formazione in genere. “Per me l`HH è soprattutto le persone che ci vivono”, esordisce Monia, “e il fattore umano quì è altissimo, soprattutto per il potenziale di contatto con le culture altre”. Per Monia il valore aggiunto dell’HH, di fatto, è proprio questo: la possibilità, così concentrata, di scoprire mondi altri, culturalmente lontani ma molto aperti alla socialità. In particolare l’affascinano le reti sociali femminili che nel palazzo si sono spontaneamente create nel tempo, così che resiste ancora un modello di genitorialità diffusa, per cui ognuna si sente responsabile anche dei figli degli altri. “Nel condominio c’è un grande rispetto reciproco tra culture diverse. Nessuno chiede al suo vicino di diventare qualcos’altro. E questo rappresenta il principio di base per un’esperienza di autentica integrazione. Che, in questo caso, paradossalmente, si realizza non tra italiani e stranieri, ma tra stranieri di provenienze diverse che vivono in Italia”.

di Giampaolo Paticchio
Foto di: Giampaolo Paticchio, Luca Vannicola, Silvia Settembri

Tags: , , , ,

  • Mauro Del Monte

    La mistura di culture nell’H.H. non crea alcun disagio ai portorecantesi. Il problema principale è la mancanza di legalità da parte di alcune persone ivi domiciliate. I giornali riportano, purtroppo, fatti di cronaca per gravi eventi di criminalità: come gli omicidi volontari e tentati, prostituzione, traffico di stupefacenti, smercio di prodotti contraffatti ecc; cose inaccettabili per la morale degli abitanti locali. Purtroppo, nell’H.H. vige la regola dell’omertà nel denunciare fatti criminosi e, stando alla finestra, genera paura nella popolazione.
    Oltre ai fatti di cronaca negativi, si aggiunge il rifiuto per gran parte di essi di accettare i costumi del popolo italiano e tendono per volontà a ghettizzarsi. Un grande passo verso la legalità degli abitante del condominio, favorirebbe una percezione positiva con il conseguente avvicinamento delle culture.
    Escludo, pertanto, un sentimento razzista dei cittadini locali, perché per il popolo italiano non importa da dove vieni ma ciò che fai!.