Hotel House, il mondo in verticale

27 ottobre 2013 | Commenta Scelti per voi

Vita e miracoli del “mondominio” di Portorecanati, laboratorio spontaneo di convivenze
(prima puntata)

Il colosso verticale di cemento, pianta a croce e 480 appartamenti distribuiti su 17 piani, è un pugno nell’occhio lungo il susseguirsi quasi omogeneo di costruzioni basse che, all’altezza della periferia sud di Portorecanati, affiancano la statale 16. Tutti hanno sentito parlare dell’Hotel House, oggi quasi un sinonimo di “immigrazione” nelle Marche.
Il rosso pallido dell’edificio, i lunghi balconi stracolmi di oggetti, il bucato steso e il proliferare di paraboliche sul tetto danno alla visione un che di proletario. Ma quando fu progettato, a fine anni ’60, l’HH avrebbe dovuto essere un enorme residence per le vacanze estive, un insediamento autonomo con tanto di laghetto artificiale, campi di tennis e minigolf, negozi, ristorante, discoteca e sauna: nell’Italia del boom economico tutti dovevano potersi permettere una casa per la villeggiatura. Visto da qui, oggi, sembra il gigantesco risultato di un’enorme speculazione edilizia, non a caso realizzata in assenza di piano regolatore e nella diffidenza dei pescatori che abitavano il borgo. Ma, all’epoca, tutta la politica locale e nazionale diede bella mostra di sè su quel palcoscenico e i giornali parlarono di “capolavoro dell’architettura razionalista”.
Nei primi anni, la promessa fu più o meno mantenuta e il palazzo divenne una meta estiva abbastanza popolata. Ma l’inverno l’HH si trasformava in uno scatolone semivuoto, in cui i tanti esercizi commerciali diventavano inutili. Finchè, nel ’73, la ditta costruttrice non dichiarò fallimento, prima ancora di aver ultimato tutti i lavori di contorno, e il suo titolare si suicidò. Ma è con il terremoto di Ancona, un anno prima, che la strana sorte dell’HH aveva già iniziato a prendere forma. Ci andarono infatti ad abitare molti degli sfollati anconetani, che hanno così rappresentato la prima di una lunga serie di popolazioni provvisorie che si sono alternate nel condominio per poi abbandonarlo. A seguire, furono le famiglie degli ufficiali dell’aeronautica di una base vicina a farne un appoggio provvisorio, poi quelle dei pentiti inseriti nei programmi di protezione dello stato quali collaboratori di giustizia e ancora le animatrici dei numerosi night che, dalla seconda metà degli anni ’80, proliferavano sulla costa. Così, gradualmente, l’HH prese una certa piega. La piega di un luogo a parte rispetto alla città, come in fondo, seppure con altre finalità, era stato immaginato in origine.
È negli anni ‘90, però, che l’HH inizia a diventare quello che è oggi. Un “mondominio”, secondo la definizione di Adriano Cancellieri, sociologo che ha studiato da vicino -vivendo sul posto- il fenomeno. In assenza di una politica abitativa, la questione demografica fu abbandonata nelle mani del mercato immobiliare. Così la svalutazione degli appartamenti dell’HH, ormai considerato un luogo “altro”, unita alla forte richiesta di manodopera dei vicini distretti industriali in crescita produttiva, popolarono l’edificio di immigrati, molti dei quali, nel tempo sono diventati proprietari. Si verificò, di fatto, una vera e propria concentrazione multietnica. Una concentrazione di famiglie, in grande maggioranza di lavoratori. Che isolata com’era, urbanisticamente e nell’immaginario comune, divenne un po’ ghetto, un po’ “riserva indiana”.
Oggi, qui, all’ HH  l’italiano come lingua madre è in minoranza. Ma, in realtà, è l’unico collante linguistico in tanta diversità di codici e di linguaggi, se si pensa che attualmente circa 2000 persone, provenienti da 42 paesi diversi del mondo, popolano quel quartiere in verticale. Qui tutto rimanda ad altri universi. E l’elemento in assoluto più “italiano”, oltre a un gruppo di famiglie residenti italiane, è quello delle seconde generazioni.

***

Luciano l’intermediario
Si chiama Luciano Cinquarla e ha 50 anni, sua madre era eritrea e suo padre italiano. Conosce bene l’Hotel House per averci abitato appena sposato. “Ho installato impianti di riscaldamento in quasi tutti gli appartamenti del condominio”, dice con orgoglio. Ma qui, lui, tutti lo conoscono principalmente come l’intermediario con l’amministrazione comunale. Luciano è infatti consigliere di maggioranza, eletto nella lista civica del sindaco, che gli ha affidato, tra le altre, proprio una delega ad occuparsi del palazzo-quartiere. “Conosco questo posto dalla posa della prima pietra nel ’67”, afferma, “ho abitato al 16° e al 7° piano, da qui ho sentito tutti i terremoti importanti delle Marche. Fino a 4/5 anni fa, qui non ci si entrava. Era un posto pericoloso. Oggi sono gli stessi condomini che hanno preso in mano la situazione, opponendosi a chi svolgeva attività illecite intorno al palazzo e cacciandolo via. Oggi tutti possono frequentare l’HH con più tranquillità. L’amministrazione comunale cerca in tutti i modi di sostenere i condomini. Ha messo a disposizione i locali al piano terra, di cui era proprietaria, per le attività educative e formative di piccoli e grandi e molti ragazzi sono inseriti in attività sportive del territorio”.
La domanda rimane aperta: esiste un programma di integrazione per questa porzione di città? Cosa si fa per avvicinare l’HH a Portorecanati e viceversa?
“Abbiamo organizzato delle iniziative in paese che sono state molto partecipate anche dagli abitanti dell’HH che, tra l’altro, dimostrano sempre grande dignità e non si presentano mai a mani vuote”, risponde Cinquarla.
Ma da un punto di vista urbano, questo palazzo è isolato dalla città. Eppure qui ci sono quasi 2000 residenti. Non c’è nemmeno un marciapiede per attraversare il pericoloso svincolo della statale, che divide il condominio dal resto del paese. Nessun piano urbanistico ha mai previsto uno sviluppo dell’area e un collegamento con il centro.
L’integrazione non dovrebbe iniziare da questi elementi più tangibili?
“Non è solo un problema di questo quartiere. Nel paese, purtroppo non ci sono le risorse economiche. Prima, forse, non c’era stata la volontà politica, ma negli ultimi anni si è fatto tanto per l’HH. Rispetto ai lavori urbanistici necessari, che pure avevamo programmato all’inizio di questa esperienza amministrativa, è tutto bloccato a causa della crisi. Se avessimo i soldi, un servizio di trasporti e le opere pubbliche di raccordo sarebbero la prima cosa da fare per migliorare la situazione”.

 


Badiaa l’entusiasta
Badiaa ha sul volto un’espressione di genuina dolcezza e sorride senza risparmiarsi. Viene dalla Tunisia e vive in Italia dal 2002, da 7 anni all’Hotel House. Ha un marito e tre bambini: Donia, 9 anni, occhi grandi e mobili, è qui con lei ed è incuriosita dall’intervista. Badiaa è letteralmente entusiasta del suo condominio: “Mi piace qui, sono tanto felice di viverci. Noi l’appartamento ce lo siamo comprato. Qui c’è tutto il mondo e ci sentiamo tutti uguali: magrebini, pakistani, albanesi, bengalesi, senegalesi, italiani. Ho tanti amici, sia tra gli arabi che tra gli altri.”
Badiaa sembra parlare di un altro luogo rispetto a quello raccontato dalle cronache dei media e radicato nell’immaginario comune di chi, alla fine, nell’HH non ci ha mai messo piede.
Ma non è anche pericoloso vivere qui?
Badiaa alza le spalle: “Una volta forse c’era una situazione più fuori controllo. Ma, in proporzione alla concentrazione di abitanti, in fondo ci sono gli stessi disagi e problemi di tutti i quartieri così popolati. Adesso anche l’amministrazione condominiale è migliorata. E facciamo anche la raccolta differenziata dei rifiuti, una cosa che mi piace tanto.”
Badiaa ha frequentato dei corsi di intercultura e ha fatto la volontaria con i bambini, nella ludoteca che una cooperativa sociale gestisce al piano terra del palazzo. “Io a Portorecanati ci vado sempre in bicicletta”, dice, “non è poi così lontana. Forse per i bambini è un po’ più difficile muoversi, con tutto il traffico che passa sotto la statale. Ma io sto bene e voglio restare qui. Mio marito, che adesso è in mobilità, inizia a pensare che sarebbe meglio tornare in Tunisia, ma io e i miei figli sentiamo che la nostra casa è questa, in Italia”.

 
La signora Auguri
La storia di Franca sembra una specie di favola dell’integrazione a parti invertite. Lei, romagnola e architetto mancato, viveva a Tolentino. Da più di 3 anni ha comprato casa all’Hotel House e lì ha conosciuto il tunisino Marouane di cui, da quasi 2 anni, è diventata la moglie. Oggi lei è la Signora “Auguri”, che è la traduzione di Mabrouk, il cognome del marito.
“Sono felicissima di vivere all’HH” dice Franca, un fiume inarrestabile di racconti, “quando sono venuta la prima volta, ero concentrata solo sull’appartamento: costava poco e dal balcone vedevo il mare; per me era già abbastanza.  Solo dopo ho realizzato cos’era questo luogo. E non è stata una brutta sorpresa, anzi. Questo posto mi ha arricchito. È colorato, c’è il clima umano che piace a me: esci di casa e tutti, che ti conoscano o meno, ti salutano. Qui ho riscoperto il valore della dignità umana. Forse bisogna essere curiosi come me per apprezzarlo, ma in genere a tenere lontane le persone dall’HH è la paura di quello che non conoscono. Io obbligherei tutti i porto recanatesi a farsi un giro qui. Non bisognerebbe mai fidarsi degli stereotipi, mai giudicare quel che non si è visto”.
“Ci sono dei disagi è vero, “ammette lei, “ma le poche volte che è successo dimostrano che, se gli abitanti si mettono insieme per affrontare i problemi, questo posto può essere rivoltato così”.
È proprio dall’idea di promuovere una coscienza comune che è nata “Cinque Continenti”, l’associazione culturale di cui Franca fa parte. Appare chiara la sua consapevolezza di vivere in un posto unico, da un punto di vista sociale, per questo il suo approccio è anche fortemente politico: “Questo non è un condominio privato, come dice la politica quando si vuole giustificare, questa è una parte della città. Io non voglio un distaccamento dell’anagrafe qui, ad esempio, come si prospettava tempo fa. Non voglio che questo diventi sempre più un ghetto. Ho sentito parlare di grosse cifre stanziate dalla Regione per l’HH. Al comune dicono di averci sistemato il parcheggio, con quei soldi, e di aver installato un sistema di controllo video per la sicurezza. Mi sono detta: tutti quei soldi solo per mettere della ghiaia, dei pali della luce e delle video-camere? Magari è stato solo un cattivo affare, non discuto sulla buona fede, ma noi cittadini dovremmo partecipare di più alla gestione delle risorse che ci vengono destinate, informarci, poter fare proposte”.

 

di Giampaolo Paticchio
Foto di:
Giampaolo Paticchio, Luca Vannicola, Fabio Rossi

Tags: , , , ,