Uomini in mare

26 ottobre 2013 | Commenta Scelti per voi

Sembra davvero che il futuro

che ho immaginato da ragazzo

 possa divenire realtà.

Marco @funkysurfer Zamperini

Ce l’hai presente il mare? Quello che sta acquattato lì, e mentre sciacqua i piedi alle colline delle Marche penetra nella sapidità dei vini e in certe giornate di vento spinge il suo odore fino a mezza montagna? Il mare ce l’hai presente, credo.
Tu che lo guardi dalla collina, forse, non hai un rapporto ossessivo con il mare come noi della costa. Ci andiamo a passeggio d’inverno, e quasi lo preferiamo così solitario  di gelo e umidità. Ci immergiamo nel mare d’estate con la stessa naturalezza con cui ti lavi la faccia. E quando ci allontaniamo qualche giorno stiamo lì, a cercare se intorno a noi ci sia un netto d’orizzonte simile.
Tra noi c’è chi ci campa col mare. Pescatori e marinai che trasportano uomini e cose e bagnini con le loro file di ombrelloni. Che potenza le figure dei pescatori e dei marinai, col fascino delle foto d’epoca e dei soprannomi. Pensi anche tu a un tempo che non tornerà più quando i porti erano pieni di pescherecci e il mare di pesce? Pensi alla vita dura di chi sta in mare nelle notti d’inverno, di chi rischia la vita continuamente per lavoro, alle lotte sindacali che sfumano nel bianco e nero?
Poi guardi il mare e ti accorgi che dentro non c’è quasi più niente, che i pescatori hanno pescato oltre il dovuto e che il fermo pesca e le leggi sulle reti che li mettono in difficoltà servono a salvare il salvabile di una frittata ormai fatta.
Guardi i marinai e pensi che ancora trasportano uomini, cose e idee da una parte all’altra, e mettono in relazione mondi tra loro, ma che in tanti c’è insofferenza per le opportunità che ci offrono gli incontri. Pensi ai bagnini e ai loro stabilimenti che vorrebbero prendersi la spiaggia di tutti per farne qualcosa di proprio.
Pensi al mare e pensi alle onde, al rivolgersi insistente alla riva in un bussare continuo. Pensi il mare calmo di luglio, con l’acqua immobile e specchiante. E il gonfio delle onde che si alzano sotto il vento costruendo valli e colline d’acqua che s’agitano. Pensi alle burrasche all’orizzonte di fine estate, coi fulmini che squarciano la notte viola e il rombo dei tuoni che riempie il fondo del silenzio. Le onde e la fatica dei marinai, le onde e il piacere dei surfisti. Che tu vada in mare per piacere o per fatica con le onde hai a che fare, per resistere alla loro forza o per trarne vantaggio.
Tavole di legno, scafi in fibra e fatica di pagaia, vele prestigiose o un semplice costume, ognuno in mare ci va come sente. Hai presente il mare?
Se hai presente il mare hai presente anche Internet. Non solo perché fin dall’inizio è stata la metafora più usata, quando la rete veniva surfata in una navigazione senza una rotta predeterminata ma con continui approdi a porti minuscoli e difficili da individuare. È il rapporto che ognuno stabilisce con la Rete, che è simile a quello col mare. Ci sono quelli ossessionati, che in un posto nuovo guardano subito se c’è campo per lo smartphone come a noi gente di costa rassicura che da questa parte c’è l’acqua. Ci sono quelli che ci lavorano, che cercano di costruire relazioni tra le persone e portano beni e servizi in giro per il mondo. Quelli per cui la rete è un modo di portare benessere e socialità. Quelli che cercano di trarne il maggiore profitto, cercando di pescare il più possibile, il più rapidamente, senza chiedersi come intaccano un ecosistema tanto nuovo. Ci sono le onde che spingono con forza verso metamondi prima, verso i blog prima ancora, e poi verso i social e domani verso abiti perennemente connessi.
Un’onda, quella di Gartner, spiega come impariamo a convivere con le nuove tecnologie, come fatichiamo ad apprezzarle prima di innamorarcene, prima di rigettarle come noiose e poi imparare a conviverci per un bel pezzo, prima che una nuova onda ci porti. Ci sono quelli che le onde le vedono da lontano, le intercettano e le segnalano ad altri. Quelli che salgono sull’onda e vogliono tenere lontano gli altri, sentirsi primi e fare i fenomeni per quel momento finché la schiuma non li travolgerà. Come fa con tutti.
Noi che su Internet ci viviamo dovremmo imparare a rispettarla di più, come da bambini abbiamo imparato a rispettare il mare, a non sfidarlo oltre le nostre forze. Dovremmo rispettarla di più la Rete, prima di scoprire di averne fatto un deserto dove alle relazioni e allo scambio di fiducia subentrino la disillusione e il discredito. È un ecosistema delicato, fatto di persone e non di computer, Internet.
Per questo quando si parla di social media marketing ci vorrebbe d’arrossire un po’, che se la pubblicità di quell’altra epoca usava il megafono per diventare un fastidioso rumore bianco, ora si rischia d’urlare dentro all’orecchio di chiunque e renderlo sordo per sempre, e non solo al marketing.
Possiamo anche vivere in collina e guardare il mare da lontano. Possiamo anche vivere in montagna e non pensare al mare. Ma senza il mare, il cielo non porterebbe le nuvole, le nostre montagne non sarebbero bianche di neve e la pioggia non gonfierebbe l’uva. Possiamo anche immaginarlo un futuro senza Internet e un ecosistema digitale.
di Fabio Curzi

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