Il mondo dietro le sbarre

2 marzo 2013 | Commenta Scelti per voi

Prima tappa del viaggio all’interno del carcere di Ancona, con l’intervista alla direttrice

Montacuto esiste!

Un carcere, per chi non è mai stato coinvolto in vicende penali, è la realtà più difficile da immaginare. Una scatola chiusa e sigillata, dimenticata da qualche parte della città, una fortificazione inaccessibile persino al pensiero. Quasi un altro pianeta. Non fosse stato per l’aspetto emergenziale della situazione carceraria attuale, che ha richiamato l’attenzione dei media, avremmo continuato a non vedere niente , a non parlarne affatto. Eppure il carcere è una realtà sociale, una presenza viva sul territorio, un problema di tutti. C’è tutta un’umanità là dentro, persone che ci vivono e persone che ci lavorano. Spesso in condizioni molto difficili per entrambe le parti. Ma la politica resta immobile, ai limiti dell’indifferenza, e l’amministrazione penitenziaria centrale di Roma è in affanno nell’affrontare i tanti nodi critici.
Quello di Montacuto, a pochi chilometri dal centro di Ancona, è una casa circondariale ed è tra i primi 10 carceri più sovraffollati d’Italia. Due delle sei sezioni dell’istituto sono occupate, in regime di massima sicurezza, da soggetti legati a reati di criminalità organizzata. A fronte di una capienza potenziale di circa 180 detenuti, oggi esclusivamente uomini, nel 2012 ne ha ospitati fino a 400, di cui molti in attesa di giudizio e più della metà stranieri. I detenuti si ritrovano in 3, dentro stanze pensate per una sola persona. Inoltre le 130 guardie penitenziarie effettive sono sotto di circa 60 unità, rispetto al bisogno reale e allo stesso regolamento. Aldo Di Giacomo, segretario regionale del SAPPE, sindacato autonomo della polizia penitenziaria, è ricorso più volte allo sciopero della fame per richiamare l’attenzione sui problemi.  L’osservatorio di “Antigone”,  associazione che vuole tutelare i diritti e le garanzie nel sistema penitenziario, riporta episodi di autolesionismo e di protesta da parte dei detenuti, oltre a richiamare l’attenzione sui suicidi degli ultimi anni (due nel solo 2012) e su situazioni di inadeguatezza strutturale. La protesta di alcuni detenuti, nel dicembre del 2011, attirò l’attenzione dei media e causò la sospensione della direttrice e del comandante della polizia. Che furono reintegrati entrambi, dopo poco, soprattutto a causa degli appelli da parte dei dipendenti, che ne presero le difese.

 

 

 

 

 
L’impatto visivo ed emotivo con le recinzioni, i cancelli e i muri di un carcere è cosa complicata da descrivere. Poi, pur nei confini dei ruoli istituzionali, il contatto con le persone che animano gli spazi, in questo caso coloro che ci lavorano, stempera il carico emozionale. La direttrice della casa circondariale di Montacuto, Santa Lebboroni,  è ospitale e sorridente.

Che carcere è questo?
“Questo carcere esiste dal 1984 ed era nato per ospitare 150 detenuti. E invece oggi ce ne sono circa 400, la maggior parte in attesa di giudizio. I più sono in regime ordinario, alcuni in regime di massima sicurezza e altri in regime di protezione, per la cui incolumità – a causa del reato o della provenienza (ad esempio ex agenti di polizia) – c’è la necessità di un’attenzione particolare”.
In cosa consiste il problema carcerario a Montacuto?
“Il problema più grave è il sovraffollamento. Tutte le altre problematiche ne sono una conseguenza. Qui organizziamo molte attività, tra scuola, formazione e tempo libero; sono fondamentali per la rieducazione, ma solo poco più di un terzo dei detenuti ne beneficia, mentre gli altri sono costretti a passare troppo  tempo in cella. Poi il personale è scarso, lo dicono i numeri”.
Da chi dipende?
“La situazione emergenziale di Ancona non era stata ancora presa in considerazione dall’amministrazione centrale; attualmente ci è stato assicurato un intervento. Ma in 22 anni di servizio ho visto il sistema penitenziario italiano evolvere positivamente, la critica in assoluto non è accettabile. Quando sono arrivata qui, i detenuti stavano meglio solo perché erano in 120, ma per il resto la loro vita si svolgeva soprattutto in cella. Oggi contiamo una quarantina di corsi e attività ogni anno, tra cui un percorso scolastico di tipo tecnico (25 iscritti della sezione di massima sicurezza) e la redazione di un periodico, “Fuori riga”. Quindi il problema vero è di sovrappopolazione”.
C’è un problema di attenzione politica?
“C’è un problema sociale. Il sovraffollamento, ad esempio, è legato alla questione “immigrazione”. Più del 50% della popolazione qui è straniera. Poi c’è la crisi economica e nelle fasi di questo tipo,  generalmente, il numero dei reati tende ad aumentare”.
Ma non esiste una necessità di riforma penale? Non si può limitare il ricorso al carcere in alcuni casi?
“Io non ho riscontri di grandi numeri sul fatto che leggi particolarmente rigorose nei confronti dell’immigrazione abbiano potuto causare il sovraffollamento. Lo stesso discorso vale per le misure alternative. Le persone che ne potrebbero beneficiare sono esattamente quelle che ne beneficiano. La pena alternativa non dipende solo dal reato, ma anche dalla presenza di un domicilio, di un lavoro. Se poi parliamo di depenalizzazione di alcuni reati, qualcosa si potrebbe fare, ma non è il mio campo”.
La rivendicazione di un carcere migliore accomuna spesso detenuti e operatori penitenziari…
“Questo è un fenomeno da studio sociologico. È un fatto umano che la difficoltà crei solidarietà. Secondo me questo genera anche confusione, soprattutto nell’opinione pubblica, perché si mischiano i problemi. Che io credo vadano invece affrontati più analiticamente. Inoltre vent’anni fa uno sciopero della fame suscitava clamore, oggi non più”.
Nel dicembre 2011 ci fu una protesta dei detenuti e lei venne sospesa dall’incarico.
“Mi fa piacere parlarne, non avendone avuto altre possibilità. Venne Ionta, capo dipartimento dell’Amministrazione centrale di allora e all’indomani di questa visita ufficiale, la prima che io ricordi, ci fu una protesta dei detenuti allo scopo di tenere viva l’attenzione sulle loro rivendicazioni, episodio prevedibile ma in fondo molto tranquillo, senza aggregazioni. Alcuni lanciarono degli oggetti fuori dalle celle e diedero fuoco agli stracci. Ma la notizia fu data in maniera falsa e si parlò addirittura di rivolta. Il mio allontanamento fu brevissimo e fui richiamata proprio in concomitanza della protesta di solidarietà con i detenuti, da parte di un gruppo di anarchici fuori dai cancelli. In fondo, fu un riconoscimento alla mia capacità di gestione della crisi”.

 

Una donna a capo del carcere
C’è un dato curioso, apparentemente insolito: molte carceri italiane sono dirette da donne. Nelle Marche, ad esempio, il sistema penitenziario si regge, a livello dirigenziale, quasi tutto su base femminile. E Santa Lebboroni era una donna molto giovane, fresca di laurea in giurisprudenza, quando entrò a far parte dell’amministrazione penitenziaria, con un concorso pubblico. Già nel ’91 era vicedirettrice del carcere di Montacuto, di cui assunse la guida piena 4 anni dopo. Per lei l’impatto fu forte. Non fu facile affrontare il senso di soffocamento che provava ogni volta che i cancelli le si chiudevano alle spalle. Ma con il suo lavoro si trattò, in ogni caso, di “amore a prima vista”. L’aspetto più complicato da apprendere, per lei, fu quello dello “stabilire relazioni umane adeguate alle situazioni”, e non solo rispetto alla popolazione detenuta; in un istituto penitenziario, infatti, composto da tante aree, l’umanità può essere più varia che mai, e i ruoli molto differenti.

“I detenuti sono molto rispettosi con me”, dice la Lebboroni, “in tanti anni di colloqui non ho mai avuto problemi;  loro sanno essere equilibrati e adeguati nel rapporto con l’autorità. E oggi non avverto più alcun disagio quando sono nel reparto detenuti”. Indica un modellino in legno, un veliero, in cima alla libreria: “è il regalo di un ex detenuto albanese, frutto di un lungo periodo di chiusura in se stesso, dovuto alla morte del figlio adolescente per un incidente stradale. Riuscì a superare quel momento, con l’aiuto di tutti, e quando ebbe scontato la pena, prima di uscire, volle farmene dono”.
Vivere così a lungo a contatto con una realtà emotivamente logorante come il carcere, può risultare fatale ad alcune persone. Non per Santa Lebboroni, persona pragmatica, che non tradisce tentennamenti e non lascia spazio ad alcuna sbavatura nell’incarnare il suo ruolo istituzionale. Fa effetto sentirle dire: “Qui mi sento ormai come a casa mia”. È stata testimone, da quando è a Montacuto, di quasi venti suicidi, ma il suo approccio è razionale quando ritiene che, pur essendo la condizione carceraria un’aggravante, spesso la tragedia aveva radici nel passato di quelle persone, al di là della detenzione. “Ogni volta ci siamo detti: non deve più succedere. Ma è molto difficile impedirlo. Abbiamo comunque cercato ogni volta di mettere a punto nuove misure di prevenzione alla disperazione estrema. Quando sono arrivata in questo istituto, ad esempio,  c’era la tendenza, in presenza di gesti autolesivi, a utilizzare l’isolamento e il controllo a vista. Oggi è il contrario: si cerca di condividere con gli altri detenuti la responsabilità del sostegno ai soggetti a rischio che, proprio per questo, hanno bisogno di più relazione, più coinvolgimento nelle attività e più supporto psichico”.
La Lebboroni è sposata e madre di due figli: “Una volta mi era impossibile, oggi – varcato il cancello verso l’esterno – riesco a recuperare una dimensione di vita personale. È vitale, per chi fa questo lavoro, distinguere i tempi professionali da tutto il resto”.

di Giampaolo Paticchio

 

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