Presenti, plurale

14 dicembre 2012 | Commenta Scelti per voi

La più importante delle risorse, e la più scarsa, è il tempo. È una cosa con la quale tutti conviviamo, che sia il tempo del lavoro o della famiglia, dello svago o della spiritualità, il tempo che abbiamo a disposizione è finito, limitato, indivisibile. Per quanto il sentimento della fuga del tempo oggi appaia evidente a tanti il problema non è della modernità, ma di tutte le epoche (basta ricordare quell’ansioso di Orazio e il suo “carpe diem”). Quello che oggi cambia è che abbiamo l’impressione di poter riempire le nostre giornate di un numero sempre maggiore di cose da fare, persone da vedere, progetti da gestire. È la sensazione di poter condurre la propria vita in multitasking come i nostri computer che gestiscono contemporaneamente processi differenti. Alcuni amici nell’ultimo periodo hanno scelto la via del downshifting, di una limitazione volontaria degli impegni, di un approccio minimale al proprio stile di vita che arriva fino alla definizione di monotasking. Tutto sembra giocarsi in una contrapposizione tra quantità e qualità, mano a mano che si prende coscienza che la risorsa tempo non è in alcun modo aumentabile. Personalmente sono più vicino alla voracità di Gargantua e alla sua sete inestinguibile, ma il problema del tempo a disposizione e della necessità di selezionare le cose da fare resta anche per me.
Antonio Tombolini, imprenditore marchigiano e ideatore di Simplicissimus Book Farm, da qualche tempo ha iniziato una riflessione sulle relazioni tra tempo, libri e lettori. Ha pubblicato lo Slow Reading Manifesto, un’analisi e una serie di propositi personali su come il tempo della lettura e dell’assimilazione del testo sia un amante che esige completa attenzione da parte del lettore e di come lo strumento stesso dell’e-book possa essere parte di questo processo di attenzione, concentrazione e riflessione. “L’ebook vero, quello dello Slow Reading, è il buon caro vecchio libro, solo che è digitale: fatto solo (o quasi) di testo, tendenzialmente piuttosto lungo, tale da non consentire in genere la lettura completa in un’unica sessione se non a costo di eroismi da guinness, da leggere per lo più tra sé e sé, temporaneamente isolati dal resto del mondo, e immersi nel mondo che il libro in quel momento crea per chi legge. In un atteggiamento che, per la durata della lettura, sequestra per sé tutte le risorse intellettuali e immaginative disponibili”. La tecnologia digitale non come avversaria ma come alleata.
Spesso e volentieri infatti un approccio semplificato spinge verso due polarizzazioni: da una parte i tecnoentusiasti tendono a esagerare il ruolo che il digitale può svolgere nella vita di ciascuno, dall’altra i refrattari considerano i computer di vario genere come un nemico della Cultura, della Tradizione e quasi del Bello. Vengono pubblicati appelli a tenere lontani i bambini dai computer, così come quando ero bambino io c’erano appelli a tenere lontani i bambini dalla televisione. Vengono pubblicati testi come Google ci rende stupidi, uguali e contrari a quelli che dipingono un mondo rose e fiori grazie ai computer e alla rete.
C’è un post, nel blog di Mafe de Baggis, che negli ultimi tempi cito spesso; comincia così: “Internet non esiste: è un luogo perfettamente coincidente con la realtà fisica, ci andiamo come andiamo in ufficio, al bar o in camera da letto. L’unica vera differenza rispetto agli ambienti fisici è che ci permette di essere ubiqui e/o invisibili”.
Recentemente anche Antonio Spadaro, gesuita e direttore di Civiltà Cattolica, ha espresso un punto di vista simile: “Il messaggio che cercavo di comunicare è che la vita è una sola, sia che essa viva nell’ambiente fisico sia che essa viva nell’ambiente digitale. La rete non è una realtà parallela, ma è chiamata ad essere uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri spazi della nostra vita”.
Parlare della Rete e del digitale come Spazio equivale a parlare della Rete e del digitale come Tempo. Le due dimensioni sono interconnesse e accettare questa relazione è prendere coscienza dei presenti che ci aspettano. Che il futuro abbia una pluralità di possibilità lo diamo per scontato, e anche che il passato sia sottoposto a molteplici letture e interpretazioni. Il presente invece è istintivamente singolare, è un tempo in cui tutto dovrebbe apparire oggettivo e concreto. Ciascuno oggi però scrive un presente diverso, i presenti si moltiplicano non solo nella soggettività delle esperienze, ma anche delle modalità di narrazione. Pubblicando uno status su Facebook piuttosto che su Twitter, un commento o una foto noi agiamo su un presente che diventa immediatamente racconto e costruisce relazioni con persone diverse. Le informazioni si muovono ad una velocità tale e in tante direzioni che difficilmente torniamo indietro a riguardare la nostra stessa storia scritta. Scriviamo continuamente in bella copia la nostra vita, senza tornare indietro a correggere.
Immaginare una resistenza alla pervasività delle tecnologie è antistorico. Abbiamo bisogno di nuovo pensiero e di usare al meglio il tempo per comprendere quali sono i presenti che ciascuno di noi vive, per ricomporre il disegno e la visione di un intelletto collettivo/connettivo. Per tracciare una mappa sulla quale orientarci per il futuro.
di Fabio Curzi

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