“La Punta della Lingua” parte con la poesia aperta di Collins
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La prima giornata del festival di poesia che si è aperto ieri, 13 giugno, e che si giocherà tutto tra Ancona e il Parco del Conero, inizia nell’etere. Esattamente quando, nel primo pomeriggio, i versi di Billy Collins, “il poeta più popolare d’America” secondo il New York Times, si propagano attraverso le onde radio di Rai3, da cui viene interpellato, in collegamento da Ancona, per “Fahrenheit”, storico format culturale del servizio pubblico. Questo a riprova del fatto che “La Punta della Lingua” inizia a diventare anche una punta di diamante nel panorama italiano di ciò che si muove attorno alla poesia. “La poesia è l’opposto dell’astrazione”, dice Collins al conduttore che lo intervista “funziona certamente da porta d’ingresso alle idee generali e astratte, ma lo fa attraverso le cose concrete”. E in questa dichiarazione, semplice e lapidaria, sta tutto il manifesto poetico dell’americano, già poeta laureato del Congresso statunitense, ruolo istituzionale -un vero e proprio miraggio nell’Italia in smantellamento culturale di oggi- il cui mandato consiste nell’attrarre nuovo pubblico alla poesia .
Lo stesso concetto verrà ripreso anche più tardi, all’ombra del Monte Conero, con nell’aria ancora l’odore della pioggia appena caduta, davanti alla chiesa romanica di S. Maria a Portonovo, dove Billy Collins, affiancato dal traduttore italiano Franco Nasi, legge le sue poesie di fronte ad un pubblico incantato e divertito. Nel presentarlo, infatti, Luigi Socci, il direttore artistico del festival, ha citato un’intervista nella quale lo stesso Collins, i cui reading americani registrano la stessa affluenza dei concerti rock, svelava il segreto del successo di pubblico ottenuto dalla sua poesia: i suoi versi accompagnano per mano il lettore, conducendolo per gradi da un luogo conosciuto, familiare, ordinario, concreto, da cui si parte, verso luoghi non conosciuti, insoliti, più indefiniti. La lingua né troppo aulica né eccessivamente elementare utilizzata dal poeta, da molti definita come l’inglese dell’americano medio, completa il quadro di un poeta impegnato in una non semplice impresa di mediazione tra il mondo dei versi, spesso percepito come estraneo alla vita reale, e il mondo quotidiano delle persone. E i versi di Collins, appunto, nascono da una strategia di avvicinamento: sono aperti al lettore, interloquiscono con lui.
Le sue video-poesie, che hanno chiuso la prima giornata de “La Punta della Lingua”, seguita da WhyMarche in diretta Twitter, esprimono ancora meglio questo suo interloquire diretto con chi legge, ascolta o, come in questo caso, guarda. Quelli in video sono versi che colgono il bersaglio senza intermediazioni letterarie eccessive, ma per via visiva. Collins iniziò a sperimentare questo metodo quando il Sundance Channel, il network televisivo americano del cinema indipendente, gli commissionò cinque testi che vennero poi reinterpretati da artisti della video-animazione.
La vocazione della poesia, per Collins, è quella a comunicare. Anche laddove, come lui stesso denuncia nei versi di “Introduzione alla poesia”, il mondo paludato ed ermetico dell’accademia vorrebbe costringerla a rimanere chiusa e fine a se stessa:
“Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.
La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.”
Giampaolo Paticchio















