Dalle rovine, una ricostruzione?
Ammettiamolo. Noi italiani non siamo un popolo particolarmente patriota. Non lo siamo mai stati e non lo saremo. Basta chiedere quanti sanno a memoria l’inno di Mameli ma ancor di più chi si emoziona nel sentirlo. E’ un piccolo esempio, ma dice molto.
Per farci sollevare, per farci sdegnare, per farci riflettere e per svegliare le nostre coscienze sopite, abbiamo bisogno sempre di grandi eventi. Spesso putroppo catastrofici.
E in questi ultimi anni, purtroppo, abbiamo avuto più di un’occasione per essere scossi dal nostro torpore. E dire scossi è proprio la parola giusta, perchè la terra che trema e che ha distrutto interi paesi – prima L’Aquila e dintorni ora Finale Emilia, Medolla e Mirandola – ha provocato un terremoto anche dentro di noi.
E allora via a stupirsi per foto che dovrebbero rappresentare la “normalità” come quella che girava in rete in questi giorni, di un vigile del fuoco che aiuta una vecchietta, oppure a gridare contro una classe politica che mette mani al portafogli della gente piuttosto che al proprio.
E allora mi viene da chiedermi una cosa: avevamo bisogno di un terremoto per capire che spendere milioni di euro per una parata militare in ricordo dell’istituzione della Repubblica, è uno spreco di fondi in casse, come quelle italiane, che predicano povertà?
E ci serviva l’ennesimo aumento delle accise sulla benzina per dire che siamo stanchi, che se continuano a imporre tasse su tasse questa tanto millantata ripresa della quale ci si dovrebbe occupare, si allontana sempre di più? Era necessaria questa disgrazia per interrogarsi sul perchè una delle istituzioni – o meglio sarebbe dire uno dei gioverni – più ricchi di tutto il mondo che predica carità e generosità si vesta d’oro e distribuisca proclami al posto che aiuti concreti?
Se guardiamo i tg di questi giorni o sfogliamo i giornali, la cosa che vediamo più spesso sono le macerie. Sono storie di vita che in 30 secondi sono state distrutte. E che necessariamente ora devono essere ricostruite, ripartendo da zero.
Forse sarebbe il caso che questo processo di ricostruzione non riguardasse solo case, imprese, attività colpite dal sisma. Sarebbe forse opportuno che iniziassimo a capire come ricostruire l’Italia e gli italiani. Perchè non possiamo sempre aspettare la catastrofe per porre l’accento su ciò che non va. E perchè non possiamo smettere di porre dubbi ed arrabbiarci anche, non appena le luci delle telecamere smettono di ricordarci i disastri.
Una sana riflessione che dovrebbe interessare tutti, cittadini e classe politica, sarebbe auspicabile.
Perchè di solidarietà e di coscienza civile non si può parlare solo quando le case crollano. E perchè quando si chiedono sacrifici alla società civile per sistemare le falle di una nazione zoppicante, per prima cosa si dovrebbe dare il buon esempio.



























