Se anche l’Università fa rete…

26 maggio 2012 | Commenta Università

Forse i nostri laureati potrebbero avere qualche chance in più di non rimpinguare le fila dei disoccupati?

Iniziamo questa riflessione, che poi vorremo proporre ai nostri Rettori per avere una loro chiave di lettura, ponendoci una domanda. Quesito che è nato spontaneamente, ascoltando i tg e leggendo le pagine dei quotidiani, cartacei o on line che siano.
Sì perché, a guardarsi intorno non bisogna fare neanche troppa fatica per scoprire che la maggiore piaga della nostra società è quella della disoccupazione giovanile. Che è, ammettiamola, anche quella che fa più paura. Niente da togliere per carità, alla problematica di chi perde il lavoro in età più adulta. Ma il fatto che un ragazzo, uscito dalle scuole superiori o alla fine di un percorso accademico per quanto brillante, possa non avere neanche l’occasione di giocarsi la propria carta e di entrare nel mondo del lavoro, è davvero qualcosa di assurdo. Qualcosa che non ci si può limitare a prendere come dato incontrovertibile; qualcosa che non può solo farci mettere le mani nei capelli. Qualcosa che, dopo l’iniziale sbigottimento, deve farci cercare una soluzione.
E quando le rotelline del cervello girano, iniziano a produrre una serie di idee che magari possono anche essere stupide, ma che se così fosse vorremmo vedere controbattute e magari sostituite da altre ipotesi più plausibili.
Partendo da quella che sembra la parolina magica in questo momento, il concetto di rete, ci siamo fatti alcune domande, cercando di capire se anche le Università possano costruire, o abbiano già costruito, una serie di agganci con gli attori produttivi del nostro territorio o con quelli istituzionali, tali da proporre al giovane laureato una corsia preferenziale o per lo meno percorribile che lo possa sollevare dallo spettro di essere un disoccupato a vita!
Certo, non vogliamo assolutamente ipotizzare un’equazione università=ufficio di collocamento. Lungi da noi; l’Università ha la sua funzione, creare dei professionisti il più preparati possibili e con la mente tanto aperta da sapere da soli farsi strada nella vita e nel lavoro.
Tuttavia in questo momento in cui anche gli Atenei si sono visti tagliare i fondi e soffrono di una situazione in cui la cultura sembra quasi essere l’ultima rata del carro, quello che vorremmo capire – e che penso possa interessare anche agli studenti presenti e futuri – è: il rapporto tra Ateneo-territorio-attori economici/produttivi, è tale da poter ipotizzare un concetto di rete, in cui dare vita a progetti, star up, ricerche che possano coinvolgere il laureato o il dottorando e sviluppare valore per l’industria o l’Ente? Un valore poi che a sua volta potrebbe avere ricadute anche in un investimento successivo da parte del soggetto che fa rete con l’Università, che magari potrebbe prevedere anche un’offerta di occupazione futura.
Forse le nostre Università fanno già tutto questo. Ma se lo fanno, sarebbe importante far sapere che cosa si fa, che opportunità post laurea o in corso d’opera si danno, con che settori si entra in contatto. In poche parole, in che modo gli Atenei fanno rete con il territorio e creano possibilità di occupazione futura.
A voi Rettori, lo spazio per una riflessione che sappia chiarire se ancora una volta, la cultura intesa in senso lato, sarà il salvagente anche della generazione dei nativi digitali!

 

UNIVERSITÀ DI ANCONA
IL CONTRIBUTO DEL RETTORE
MARCO PACETTI

“Per lungo tempo la dialettica tra Università ed imprese ha riguardato praticamente solo la formazione di capitale umano cioè il compito richiesto alle Università di produrre risorse umane di profili utili alle imprese con competenze molto specifiche per evitare ulteriori training all’inserimento nell’azienda. Tale approccio monodimensionale è superato perché le competenze che oggi le imprese richiedono sono sempre meno specifiche ma riguardano capacità trasversali di soggetti dotati di flessibilità ed attitudine al cambiamento. Inoltre le imprese sono ora convinte che l’apporto dell’Università è più efficace se non si limita alla fornitura di laureati ma mette a fattore comune le sue fondamentali capacità di ricerca.
Queste più intense esperienze comuni di ricerca e di trasferimento di conoscenze sono tanto più proficue quanto più le imprese esibiscono absorptive capacity in modo da sfatare l’idea che per avere successo basti l’adozione di modelli di open innovation, dando in outsourcing all’Università la funzione di ricerca e sviluppo; al contrario per collaborare al meglio bisogna che le imprese – anche le PMI – mantengano al proprio interno una dotazione di risorse qualificate magari cresciute professionalmente nell’ambito accademico.
In questi modi la nostra Università realizza pienamente il suo ruolo di agente di innovazione e sviluppo economico, ma come compito specifico, parte integrante della pubblica missione dell’Ateneo e non come una attività utile meramente a incamerare finanziamenti altrimenti mancanti.
Infatti la “terza missione” dell’Università ha una sua peculiare dimensione sociale legata alla quantità e qualità del capitale umano che non si forma solo con le Università “di eccellenza” o con le ricerche di punta ma con diffusione di cultura scientifica e con reti diffuse di competenze che legano al territorio e richiedono sedimentazioni, crescite lente ma costanti. È questo il motivo per cui le Università devono essere considerate una infrastruttura sociale diffusa ed indispensabile per dotare il Paese del capitale umano utile a ridurre, nell’orizzonte di Europa 2020, l’insostenibile gap di laureati rispetto ai paesi competitori, un altro “spread” da ridurre rapidamente”.

UNIVERSITÀ DI CAMERINO
IL CONTRIBUTO DEL RETTORE
FLAVIO CORRADINI

“Solo una forte cultura della collaborazione potrà restituire ai nostri territori la possibilità, che ora sembra smarrita, di trovare nell’innovazione l’unica strada capace di condurre allo sviluppo, alla creazione di occasioni di occupabilità per i nostri giovani laureati, in una parola, alla crescita del nostro Paese. E’ imperativo, pertanto, fare rete, costituire partenariati e collaborazioni con le maggiori realtà produttive ed istituzionali, radicandosi sempre più nel territorio ma contemporaneamente aprendosi sempre di più al mondo, in un’ottica di scambi e collaborazioni internazionali che mirino a realizzare quell’import-export di know-how esperienziale, necessario alla creazione di occupazione giovanile e creativa. Ecco, quindi, che in Unicam non ci siamo sottratti a questa sfida: confronti a tutto campo con il mondo imprenditoriale nella progettazione dell’offerta formativa, tramite il nostro Comitato dei Sostenitori che comprende alcuni tra i maggiori stakeholders del territorio, ma anche forte impegno nell’internazionalizzazione, tramite la nostra School of Advanced Studies, che, favorendo una sempre maggiore specializzazione dei dottori di ricerca riesce ad ampliare la sinergia tra imprenditoria e mondo universitario per la formazione di professionalità sempre più specificamente qualificate. E non basta, favorire l’autoimprenditorialità, proprio e soprattutto in questo periodo, non sembri paradosso, bensì opportunità per riuscire: gli spin off universitari in Europa stanno emergendo come supporto fondamentale alla valorizzazione e allo sfruttamento economico dei risultati della ricerca universitaria attraverso il coinvolgimento di giovani laureati e delle imprese. Da idee di laureati, docenti e studenti Unicam sono nati spin off di successo che operano nei settori più disparati, dall’ICT, alla produzione di probiotici, dalla consulenza nel settore ambientale, alla bio-architettura, perché l’innovazione e quindi la crescita, passano attraverso giovani che si mettono in gioco e reti di collaborazione pronte a sostenere la loro sfida”.

UNIVERSITA’ DI URBINO
IL CONTRIBUTO DEL RETTORE
STEFANO PIVATO

“Ogni anno l’Università di Urbino allestisce nel mese di novembre  il Career Day, giunto all’undicesima edizione, ora arricchito dall’adesione ad AlmaLaurea e dall’introduzione del Careers Abroad dedicato alle opportunità di lavoro all’estero. L’Università di Urbino si rivolge inoltre al mondo del lavoro attraverso contatti mirati e settoriali, con iniziative come “Esplora il mondo del lavoro” e accordi specifici con i centri per l’impiego della Provincia di Pesaro e Urbino.  Aderendo al progetto FIXO (Formazione e Innovazione per l’Occupazione) promosso e sostenuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, stiamo rapidamente crescendo come visibilità e strutturazione in modo da consentirci anche una valutazione complessiva più precisa. Nell’ultima edizione poi, è stata davvero gratificante la cerimonia di premiazione degli “Studenti Capolavoro”, ovvero i nostri laureati di ogni disciplina che si sono distinti professionalmente nel campo della loro disciplina.
I risultati, pur in un momento di crisi come quella attuale, ci stanno dando risultati confortanti, ma non basta.  Per accrescere le opportunità d’inserimento lavorativo dei laureati occorrono almeno tre condizioni: una maggiore e più rapida  apertura del sistema produttivo all’ingresso dei laureati negli assetti organizzativi aziendali; una ricerca attiva del lavoro da parte dei giovani, chiamati a integrare gli studi con esperienze sul campo per rapportarsi efficacemente al mondo delle imprese; una migliore regolamentazione dei criteri di accesso al mercato del lavoro che possa ridurre le diffuse forme di precariato mediante incentivi fiscali e contributivi alle imprese per soluzioni più stabili”.

UNIVERSITÀ DI MACERATA
IL CONTRIBUTO DEL RETTORE
LUIGI LACCHE’

“Provo grande soddisfazione quando uno dei nostri tanti laureati, incontrato dopo qualche anno, mi si avvicina e mi dice: “Oggi ho un lavoro che mi piace, ho un’impresa, do lavoro ad altri, e un po’ lo devo all’Università”. Da qualche hanno gli Atenei hanno maturato e sviluppato la cd. “terza missione”, terza dopo la formazione e la ricerca, ovvero collegare gli studenti e i neolaureati al mondo del lavoro insieme ai sistemi territoriali dell’impresa e degli enti privati e pubblici. Per questo i nostri studenti fanno migliaia di tirocini e stage aprendosi al mondo della “pratica”, per sperimentare e comprendere  il senso dell’ “apprendere lavorando”. Questa è già una rete che produce effetti importanti verso i laureati. Molte Facoltà organizzano incontri e laboratori per l’orientamento al lavoro e il job placement è sempre attivo. Il career day è un appuntamento ormai tradizionale che coinvolge centinaia di laureati e di aziende. Nell’ambito del programma nazionale Fixo abbiamo dato l’opportunità a molti laureati di fare stage orientati al lavoro. Il programma  in coming finanziato da Confindustria e da Camera di Commercio è fondamentale per l’internazionalizzazione del territorio. Molte sono le start up che possiamo constatare incontrando i nostri laureati e a breve partiremo con i primi spin off nell’ottica dell’umanesimo che innova, la visione dell’Università di Macerata per i prossimi anni.  I nostri studenti e laureati dimostrano sul campo di avere mente aperta, spirito collaborativo e una buona preparazione, grazie a una formazione “umanistica” capace di creare innovazione. E’ fondamentale continuare su questa strada perché la filiera Università/giovani/imprese corrisponde anche a conoscenza/creatività/lavoro”.

 

 

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