Raccontami una storia, e la storia incominciò

26 maggio 2012 | Commenta Scelti per voi

Quando ero bambino i libri di scuola, i quaderni e le penne le compravamo da uno zio che aveva una delle cartolibrerie più affollate, di persone e di merce. C’erano alcuni scaffali, troppo alti per me, dove erano esposti i romanzi per ragazzi. Ero sempre in cerca di libri di Salgari o Verne e ogni volta che arrivava un titolo che mi mancava lo mettevo in cima alla lista dei desideri.
Nelle storie di Verne c’erano sempre dei ragazzini che si trovavano in storie più grandi di loro, storie di adulti di cui i bambini diventavano testimoni e l’immersione nell’avventura diventava immediata, attraverso quegli occhi.
Quando, sempre bambino, ho visto in televisione il film di 20.000 leghe sotto i mari della Disney non sono rimasto tanto affascinato dal Capitano Nemo, dal Nautilus, o dai palombari del funerale sottomarino, ma dalle rime di una canzone cantata dal marinaio Kirk Douglas.

Ho un paio di storie da contar, / un paio di mie avventure. / Storie di balene, fiocinator, / di donne ardite e di folli amor, / un po’ inverosimili è sicur, / ma vere ve lo giur!

In qualche modo era come se, attraverso quella canzoncina Disney, mi stesse parlando direttamente Jules Verne. Beh, il barbuto e bianco Verne magari non saltava sulla botte come Kirk Douglas, ma il senso della canzone per me era sembrato subito chiaro: non importa se le avventure siano vere, false o inverosimili, è importante raccontarle le storie.
E poi, come si raccontano le storie e quali storie si raccontano?

Per anni siamo stati sommersi dal culto dell’immagine, dalla civiltà dell’immagine. Quella del cinema, quella della televisione. Ci siamo convinti che il video fosse il più potente degli strumenti di comunicazione, che la grammatica cinematografica o il linguaggio televisivo fossero lo strumento di persuasione, di narrazione. Il regista si spingeva oltre, dove lo scrittore non sarebbe potuto arrivare.
Oggi Internet ci mette di fronte a qualcosa di completamente nuovo. Ognuno di noi racconta la propria storia personale. Facebook la chiama diario o timeline, ci sono piattaforme di lifestreaming o lifesharing, in cui il flusso delle nostre azioni viene condiviso con una rete sociale estesa. Siamo i protagonisti del racconto che scriviamo vivendo.
Scriviamo storie con le parole più di quanto abbiano mai fatto tutti i nostri antenati con pennino o biro, ma scriviamo il nostro racconto anche con le fotografie senza dover entrare in camera oscura. Scriviamo in video senza dover montare proiettori o riavvolgere videocassette.
Nel marketing si afferma lo storytelling, persino le aziende o i prodotti diventano protagonisti di un racconto che deve essere almeno verosimile e, per alcuni, vero.

Nel turismo questo meccanismo è fondamentale. Gli spazi sono raccontati dai residenti prima che dai visitatori. Sono le relazioni che ognuno costruisce con un luogo a marcare la differenza di valore con un altro spazio. È la relazione tra la persona, l’esperienza e il luogo a determinare il valore che potremo tradurre in prodotto turistico. Andare al mare è costruire castelli di sabbia o tuffarsi in un’ acqua cristallina, ma è anche parlare con il vicino d’ombrellone, leggere un libro rimandato per tutto l’inverno, prepararsi per andare a ballare, nuotare al tramonto.
La montagna sono i saluti scambiati con gli sconosciuti sui sentieri, più ancora del sentiero stesso. Lo scambiarsi informazioni mentre si riposa o si riempie una borraccia, magari dopo ore di ascolto del silenzio.

Raccontare le nostre esperienze è la cosa che facciamo tutti, agli amici e ai familiari. Ma non a tutti interessano le nostre storie. Conosco un sacco di persone noiose che mi raccontano i fatti loro e ne conosco poche che mi raccontano storie, per me, eccezionali.
E non è importante lo strumento con il quale raccontiamo. Il digitale ci permette di cambiare strumento e registro continuamente, ci rende liberi di usare lo strumento che preferiamo, di mescolare le tecniche. Le buone storie ci avvincono per il loro contenuto e per l’abilità del narratore, non per lo strumento della narrazione. Sarebbe come appassionarsi alle forchette invece che al piatto che abbiamo davanti o all’abilità del cuoco. Quelli che si appassionano alle forchette esistono e sono dei perversi che si chiamano “critici” e magari fanno pure bene il loro lavoro.

Non importa a quante persone stiamo raccontando la nostra storia, ma importa che la nostra storia abbia valore per qualcuno. Avremo qualcosa da condividere.

Fabio Curzi

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