Centimetri

23 marzo 2012 | Commenta Scelti per voi

Il rugby e il football americano spesso vengono confusi da chi li conosce poco. Per distinguerli gli dici che quelli del football hanno il casco e l’armatura e quelli del rugby invece non portano niente. Chi conosce di più i due giochi sa che, pur essendo cugini, sono sport con uno spirito molto differente.
Il football americano è uno degli sport che racconta meglio gli Stati Uniti perché, dicono, rappresenta la corsa all’ovest, il continuo tentativo di avanzare facendo leva sul terreno conquistato, centimetro per centimetro (inch by inch). Le azioni sono brevi, i giocatori fortemente specializzati. Alcuni di loro passeranno la carriera a spingere via avversari senza vedere mai l’area di meta o un fotografo. Altri sono celebrati come moderni gladiatori. Quando sei placcato, palla in mano, l’azione si ferma. Si parte di nuovo da lì, per un altro sforzo, un altro cozzo.
Il rugby è diverso. L’attenzione è tutta sulla palla, la devi tenere, la devi muovere. La squadra gioca per catturarla e difenderla in ogni zona del campo. Per farla avanzare facendola passare di mano in mano. Tutti possono segnare, tutti attaccano, tutti difendono. Quando il compagno va a terra, un secondo arriva a difenderlo e poi un terzo. Finché di nuovo non si torna a lottare per mezzo metro di terreno al di qua di una linea da oltrepassare. Con la terra arata dai tacchetti delle scarpe che pestano e pestano.

Nelle Marche il rugby ha una discreta tradizione tra San Benedetto del Tronto e Jesi, e oggi una fioritura di squadre anche nei paesi più piccoli. Il football americano invece ha visto le glorie dei Dolphins Ancona e varie squadre nate e morte nel giro di qualche anno come Angels Pesaro, Brothers Macerata o Yankees Civitanova. Nessuno dei due movimenti ha avuto la massa di spettatori e praticanti che hanno avuto il calcio o il ciclismo e forse di questi due sport ci mancano proprio i due sentimenti fondamentali.

Del rugby ci manca il sentimento di squadra. Il sostegno da portare a chi è in difficoltà, quasi che non si comprenda che la difficoltà di uno è la debolezza di tutti. Non ci mettiamo la testa, le spalle e le gambe a difendere la nostra palla, il nostro obiettivo comune. Siamo la somma di obiettivi particolari, come se giocassimo a rugby con tre palle invece che con una. E che la stessa squadra debba dividersi in tre, in quattro gruppi, per giocare. Per avanzare dobbiamo passarci la palla, cederla al compagno quando abbiamo esaurito la nostra spinta e poi rialzarci e riprendere il posto che ci spetta. Nel rugby non c’è spazio per primedonne capricciose.

Del football ci manca la tensione alla meta. La capacità di perseguire una strategia iniziale senza scomporci. C’è un piano che ci si dà all’inizio “ora facciamo il campo correndo, metro dopo metro” oppure “prima gli facciamo credere che corriamo e poi li sorprendiamo con un lancio lungo”. E ogni giocatore della squadra deve svolgere esattamente la sua mansione perché la strategia funzioni. E centimetro per centimetro la squadra avanza. Il grande gesto del singolo, una corsa strepitosa o una lunga volata per afferrare la palla al punto esatto concordato, dipendono dalla capacità di tutti i giocatori di eseguire i compiti assegnati con la massima precisione.

Ora ci diciamo che c’è la crisi. Ci diciamo che la crisi da noi è arrivata prima. Beh, è vero. Sono entrambe cose vere. Ma prima della crisi e prima della crisi che da noi è arrivata prima c’eravamo noi marchigiani. E noi marchigiani sappiamo di non saper essere squadra. Sappiamo di non riuscire a condividere obiettivi comuni. Facciamo spallucce e andiamo avanti, alla fine conta che il nostro orticello porti frutto. Di quello di fronte, se va bene, non ci importa niente.

Non siamo egoisti però, e questo sembra paradossale. Siamo generosi con chi riconosciamo come nostri vicini. Questo riconoscimento però passa da un filtro di diffidenza potente e dal timore della fregatura. L’altro non mi propone un obiettivo comune perché porta vantaggio a entrambi, se l’idea è sua sicuramente ci vorrà guadagnare più di me. Allora aderisco alla sua proposta facendo finta di niente, da estraneo. Non sia mai che possa offrire un mio contributo! Piuttosto portiamo avanti due progetti deboli che uno forte!

Quando ho iniziato a buttare giù quest’articolo mi sono tornate in mente le parole del discorso che Al Pacino fa, da allenatore, alla sua squadra di football durante una partita importante in “Ogni maledetta domenica”. Guardate il film se non l’avete visto o cercate il video su Youtube:

“Non so cosa dirvi davvero. 3 minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta… Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo. In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro … dovete guardare il compagno che vi sta accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?”

di Fabio Curzi

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