Un anno dopo
L’11 non sembra essere un giorno particolarmente fortunato. O per lo meno, nella nostra storia recente ci riporta a due dei disastri maggiori che abbiano sconvolto i nostri cuori e le nostri occhi. L’11 Settembre del 2001 è stata la mano dell’uomo e la sua pazzia distruttiva a spazzare via il World Trade Center e le sue Torri Gemelle, simbolo della potenza degli USA che hanno portato con sè nel loro crollo le vite di troppi. L’11 marzo del 2011, è stata invece la natura a scatenarsi e a colpire con la furia distruttiva dello tsunami il Giappone. Fukushima la città simbolo dell’inferno, dove è stata colpita dall’onda anomala provocata da un fortissimo terremoto sotterraneo, la centrale nucleare: altra dimostrazione di potere o forza dell’essere umano che però si è rivoltata contro al suo stesso “padre”.
Ricordiamo cosa successe un anno fa. Tutto iniziò con una potentissima scossa di terremoto, magnitudo 9, che investì il Nord-Est del Giappone. Il sisma innescò l’onda anomala, il pauroso tsunami che investì le coste giapponesi, portando via tutto ciò che incontrava nel suo cammino. La triste conta dei morti, alla fine fu di 15.800 morti e all’appello mancano ancora 3.300 corpi mai ritrovati.
Un disastro di proporziorni abnormi. Città distrutte, auto che sembrano tavole da surf investite dall’onda d’urto, ponti che crollano.
E il pericolo più preoccupante fu quello causato dalla centrale nucleare di Fukushima, investita anch’essa dallo tsunami. Si gridò con terrore ad una nuova Chernobyl anche perchè il livello di rischio attribuito alla centrale era lo stesso: grado 7. Un incidente nucleare tra i più pericolosi della storia, un blackout che provocò la rottura del sistema di raffreddamento dei reattori. Nei giorni successivi, si fuse il nocciolo di tre dei sei reattori della centrale, mentre incessanti erano i tentativi di raffreddamento , anche con acqua di mare.
L’emergenza fu comunque gestita in modo egregio, come stupirono le immagini che fecero il giro del mondo: quelle di uomini, donne e bambini in fila ordinata e silenziosa, senza scene di panico o strappi di capellie fiumi di lacrime – come, lo sappiamo sarebbe invece successo di sicuro se lo stesso disastro fosse accaduto in Italia: gente che salta la fila, che sbraita, che impreca, creando un immenso polverone che quasi finisce per coprire l’emergenza stessa – ad aspettare il loro turno per verificare eventuali contaminazioni.
Furono 80mila gli abitanti fatti allontanare dalle loro case e a tutt’oggi non ci si può avvicinare nel raggio di 20 km alla centrale.
E da quel giorno ad oggi, cos’è successo?
I lavori attorno alla centrale sono proseguiti nella maniera più rapida e organizzata possibile – e stiamo parlando di una centrale nucleare non…che ne so…di una nave per esempio! – tanto che il 16 dicembre del 2011 il Governo giapponese ha dichiarato la messa in sicurezza della centrale. I lavori di decontaminazione dureranno ancora fino al 2014, ma putroppo – questo il dato più negativo – in alcune zone la popolazione non potrà rientrare prima di 5 anni forse di più.
Un segno indelebile e marcato, profondo quello che lo tsunami ha lasciato. Ma anche un insegnamento che dovremmo cogliere. Anche noi che riguardo alla gestione del dopo terremoto a L’Aquila, non siamo certo stati zelanti. E’ l’atteggiamento ed il modo di pensare che è diverso. In Giappone non si è perso tempo a indagare colpe, a costruire processi mediatici, a lucrare sulle ricostruzioni. Non si sono fatte pagine e pagine di televisione verità in cui mostrare il dolore di chi ha perso tutto, per distogliere lo sguardo da lavori che vanno al rilento. Diamo un pò di voyerismo al pubblico, così si dimenticherà del problema vero e reale…putroppo dobbiamo ammetterlo, da noi funziona spesso così.
I giapponesi ci hanno insegnato che dire di fronte a certe catastrofi “non c’è niente da fare” non significa rassegnarsi. Ma tracciare una linea su quello che è stato, perchè ormai non si può cambiare, è ricominciare velocemente a guardare avanti. E’ stato un anno duro per il Giappone, ma un anno di frenetica attività, di ricostruzione, di rinnovamento. Nessuna traccia di immobilismo.
Tanto c’è ancora da fare, per carità. Ma i segni di un Paese che non si è fermato e non ha chinato la testa sono chiari e ce li mostrano i dati del Fondo Monetario Internazionale che parlano di un PIL in crescita dell’1,7%.
Risultati straordinari quelli ottenuti in questo anno, che non dicono che il Giappone ha fatto un miracolo. No, la normalità è ancora un miraggio. Ma dicono che qualcosa di meglio si può fare.



























