Università & sviluppo del territorio

6 ottobre 2011 | Commenta Università

Le idee non bastano più. È scattata la chiamata alle armi per salvare il nostro patrimonio culturale, perché il fiato corto dell’università – italiana e marchigiana – impone nuove strategie per non restare in apnea troppo a lungo.
Occorre decomprimere un sistema che riceve la metà dei finanziamenti destinati mediamente agli atenei d’Europa, sottoposto ormai a ritocchi continui e che alle fine del prossimo anno dovrà fare a meno di altri trecento milioni di euro. La riflessione, anche stavolta, è seria. Abbiamo approfittato della tavola rotonda organizzata dall’associazione “Lavoro & Welfare” su iniziativa di Pietro Colonnella, affiancato da Anna Rita Totò e Maria Teresa Verdini, che ha coinvolto rettori e personalità del mondo imprenditoriale e politico delle nostre terre, per capire come le università delle Marche possano favorire o meno lo sviluppo del territorio.

All’incontro, avvenuto a Torre di Palme il 18 settembre scorso, hanno preso parte i rettori dell’università di Macerata, Luigi Lacchè, e dell’università di Camerino, Flavio Corradini, e il preside della facoltà di Economia della Politecnica delle Marche, Gian Luca Gregori, il vice governatore regionale Paolo Petrini, il sindaco di Fermo, Nella Brambatti, e l’assessore provinciale alla Cultura, Giuseppe Buondonno. Una tavola rotonda alla ricerca del tempo perduto, rimanendo in equilibrio su tre parole d’ordine, giovani, innovazione, internazionalizzazione. Una triade che segue a sua volta un’unica e irrinunciabile via chiamata “glocalizzazione”, strada maestra di questi tempi che apre la dimensione locale a una prospettiva globale. “Dobbiamo valorizzare il patrimonio costituito dalle nostre università e, attraverso di loro, valorizzare il lavoro della nostra regione – ha chiarito Pietro Colonnella -. Ogni sforzo va indirizzato in questo senso. La compressione del lavoro e dei suoi diritti non ci faranno uscire dalla crisi”. Quale è allora la soluzione per non morire strangolati? Cosa, soprattutto, le nostre “piccole” università, sempre più leggere per risorse e possibilità, hanno ancora da offrire ai giovani che presto si affacceranno su un mercato del lavoro locale sempre meno ospitale? Sono queste le domande che abbiamo rivolto direttamente ai nostri rettori, coinvolgendoli in una riflessione sul futuro che ha radici lontane. Si punta sulla sinergia tra mondi differenti, sulla necessità di costruire insieme – università, istituzioni e imprese – il “sistema Marche”. Nel Paese un giovane su tre è disoccupato, due milioni di ragazzi non studiano né lavorano: come, allora, le università – in primis quelle marchigiane – rispondono a questa emergenza? Nessuna soluzione drastica, assicurano i nostri interlocutori, eppure sopravvivere sembra sempre più faticoso. Stare al passo coi tempi – tutt’altro che facili – è diventata una preghiera quotidiana. E se sempre più giovani sono costretti a restare a casa per frequentare l’università evitando così di alleggerire ulteriormente le tasche familiari, i nostri atenei hanno una responsabilità in più: quella di essere un’opportunità per questi giovani. Restare può servire a crescere? E infine, un’ultima, necessaria, domanda: come queste opportunità possono legarsi al modello che più si avvicina alla “glocalizzazione”, individuando nuove opzioni che siano tuttavia in linea con la nostra storia secolare?   

 

UNIVERSITÀ DI MACERATA
Luigi Lacchè

Il contributo del Rettore

“È un periodo particolarmente difficile, in cui le università devono fare un ulteriore sforzo di responsabilità verso la società e i territori di riferimento, in una prospettiva che lega le grandi trasformazioni alla dimensione locale. Siamo tra due spinte e questo significa che l’università deve avere innanzitutto cognizione delle strutture del proprio territorio, ma nello stesso tempo, essere anche aperta a un orizzonte di internazionalizzazione. Dobbiamo pensare alle nostre università come a dei laboratori di idee e conoscenza del territorio. Se in passato gli atenei erano assai meno territoriali, oggi il sistema si è molto regionalizzato e agisce su sottosistemi ben definiti. Nel mondo ci sono tre milioni di giovani che girano per avere una formazione superiore, per questo dobbiamo aprirci e trasformare le nostre università in un luogo ideale di incontro tra il mondo e la nostra realtà locale. Per queste ragioni prevediamo un corso di laurea interamente in lingua inglese in Scienze Politiche e nella medesima direzione va anche la costituzione dell’Istituto Confucio che inaugura una collaborazione inedita con l’Università Normale di Pechino, una delle più antiche in Cina. La sfida, a questo punto, è continuare a crescere, salvaguardando il punto di benessere tra università e territorio e inaugurando un legame nuovo tra questi elementi”.

UNIVERSITÀ DI CAMERINO
Flavio Corradini
Il contributo del Rettore

“Anche l’università di Camerino si muove attorno a tre assi principali: i giovani, l’innovazione e l’internazionalizzazione. Il presupposto, purtroppo, ruota attorno ai problemi finanziari dell’università italiana, dal 2008 al 2013 l’intero sistema nazionale dovrà fare a meno di un miliardo di euro e alla fine del 2012, come sappiamo, mancheranno 300 milioni per gli stipendi dei nostri professori. Sono dati che preoccupano, ma dobbiamo domandarci quale può essere la via di uscita. Ecco, allora, i tre pilastri. Innanzitutto i giovani a cui garantiamo formazione e ricerca, quindi l’innovazione, visto che il nostro ateneo non solo protegge le classiche attività, ma mette a disposizione i suoi ricercatori per le aziende marchigiane. Per questo abbiamo sperimentato un vaccino contro il cancro, abbiamo automatizzato molte delle nostre aziende, abbiamo costituito un gruppo di architetti che riqualifica l’edilizia con strumenti eco-compatibili. Infine, l’internazionalizzazione, perché bisogna uscire da certi meccanismi e guardare oltre i nostri confini. Per questo offriamo corsi di laurea in lingua inglese e dottorati di ricerca internazionali. Il nostro territorio da solo non può bastare e anche le nostre imprese devono cominciare a guardare di più verso l’Europa. Dobbiamo aprirci, accogliere studenti stranieri e mandare fuori i nostri, la nostra formazione da sola non basta più”.

UNIVERSITÀ DI ANCONA
Gianluca Gregori
Il contributo del Preside della Facoltà di Economia

“La disoccupazione giovanile è al ventisette per cento in Italia e i cosiddetti “Neet” – Not in Education, Employment or Training – vale a dire quei giovani che non studiano e non lavorano, sono due milioni in Italia e quarantamila  solo nelle Marche, maggiormente concentrati nel sud della regione. Inoltre, i dati evidenziano una diminuzione delle imprese giovanili. I centri studi, insomma, hanno quasi smesso di fare previsioni. Tuttavia resta la domanda: quali possono essere allora le prospettive? Innanzitutto una forte apertura al territorio e all’estero attraverso progetti mirati che permettano ai nostri ragazzi di fare esperienze formative fuori e agli studenti stranieri di venire a studiare qui. Scambi del genere consentono una crescita formativa e culturale che non ha eguali. Abbiamo inoltre provato ad anticipare il momento del confronto tra neolaureati e aziende coinvolgendo gruppi importanti come Indesit e Roccioni, idea che ha facilitato un inserimento “controllato” dei nostri ragazzi nel contesto aziendale. Infine, abbiamo puntato sugli spin-off, vere e proprie società che fatturano mediamente tra i 220 e i 230 mila euro l’anno. Questa è la nostra maniera per affrontare l’emergenza della disoccupazione giovanile già all’interno dell’università”.

UNIVERSITÀ DI URBINO
Stefano Pivato
Il contributo del Rettore

“Le difficoltà delle nostre università nascono dalla repentina trasformazione del mercato del lavoro, questo vuol dire che corriamo costantemente il rischio che la nostra offerta formativa non sia più adeguata alla realtà. Stiamo scontando la riforma del tre più due introdotta dall’ex ministro Luigi Berlinguer, che ha reso i corsi di laurea troppo professionalizzanti tarandoli sulle previsioni di un decennio fa. In dieci anni, tuttavia, è cambiato il mondo. Come rettore ho dovuto applicare questo sistema, ma occorre, ritengo, fare di necessità virtù contro questa cura di dimagrimento a cui tutti i nostri atenei sono sottoposti. Dobbiamo tornare a offrire un’università che dia allo studente la possibilità di imparare a imparare. Corsi di laurea meno professionalizzanti, perciò, sostituiti da quegli strumenti che servono non a un sapere specifico, che potrebbe rivelarsi inadeguato nel tempo, ma a modellare la mente. Ecco allora che la “glocalizzazione” è una formula più adatta al mercato del lavoro, piuttosto che al sistema universitario. Fondamentale resta, invece, l’internazionalizzazione, una vocazione che da sempre appartiene al nostro ateneo e che negli ultimi due anni si è ulteriormente rafforzata, fino ad avere il 7% di studenti stranieri”.

di Fabiana Pellegrino

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