Il dottor Abuelaish non odia

6 ottobre 2011 | Commenta Scelti per voi

Incontro con il medico palestinese, emblema della resistenza non violenta e  candidato al Nobel 2010 per la pace.
“Io sono nato profugo e ogni anno migliaia di bambini palestinesi nascono già profughi. Profughi e poveri. E non per volere di Dio, ma per mano di altri uomini. È per questo che non posso accettarlo”. Izzeldin Abuelaish, sguardo franco e voce decisa, è nato 56 anni fa nella Striscia di Gaza, nel campo profughi di Jabalia. Lì la sua famiglia aveva trovato rifugio, dopo essere stata espropriata della sua terra per mano dell’esercito della Stella di David. La terra che è stata di suo nonno oggi – ironia della sorte – ospita il ranch di Sharon, ex generale ed ex premier israeliano. A dispetto delle condizioni di partenza e a costo di duro lavoro, oggi Izzeldin è un medico apprezzato. Anzi è stato uno dei primi medici palestinesi a lavorare per gli israeliani. Amato e rispettato da una parte e dall’altra del ceck-point che gli toccava attraversare per andare al lavoro, il dottor Abuelaish era un emblema in carne ed ossa della speranza, per i due popoli, di una convivenza possibile. Il 16 settembre del 2008 perde sua moglie per una malattia fulminante. All’epoca Izzeldin vive a Gaza e lavora in un ospedale d’Israele. E il 16 non è il suo numero fortunato: pochi mesi dopo il primo lutto, il 16 gennaio del 2009, alle 16,45, due granate israeliane raggiungono la sua casa, colpendo la camera delle sue figlie e uccidendone tre: Bessan, Aya, Mayar. Muore anche la loro cuginetta Noor, mentre Shatha rimane menomata e Ghaida, un’altra cugina, ferita.

“Quel giorno eravamo tutti in casa” – ha scritto nel suo Non Odierò (Edizioni Piemme, 2011) – “i miei otto figli, i miei fratelli, le loro famiglie. Dove potevamo andare se neppure ospedali e moschee venivano risparmiate dai bombardamenti? Giocavo con Abdullah, quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze. Ho perso le mie figlie, e nonostante la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò”. Era in corso la famigerata operazione militare “Piombo Fuso”, con cui l’esercito israeliano attaccava massicciamente la Striscia. E alle sue figlie, nel bilancio finale dell’assedio, si aggiungeranno quasi altri 2000 palestinesi morti, molti dei quali bambini.
Sono passati pochi minuti dall’esplosione quando Izzeldin, per le cui mani sono passati i figli appena nati di centinaia di ebrei, chiama ripetutamente, in preda alla disperazione, il suo amico israeliano Shlomi, mentre questi conduce il telegiornale di Canale 10. Contro tutte le regole televisive, lo speaker, davanti a tanta insistenza, intuisce qualcosa e risponde in diretta al suo cellulare. Così Izzeldin, singhiozzando, denuncia in tempo reale, sugli schermi televisivi dello stesso Paese il cui esercito li sta bombardando, tutto quello che sta avvenendo a Gaza e cosa ne è stato delle sue figlie. E chiede più volte: Perchè?
Ascolto la sua storia sgomento, chiedendomi dove trovi la forza per raccontarla e per continuare a parlare con tenacia, quasi a testa bassa, della necessità della pace tra i due popoli. E a chiedere, ad alta voce, il  ristabilimento della giustizia, senza la quale nessuna pace può sussistere.

 

Dopo la sua testimonianza davanti a una sala gremita di persone, gli chiedo di incontrarlo per fargli delle domande. Siamo a Bellinzona in Svizzera, dove “Babel”, festival di letteratura e traduzione, ha riunito quest’anno – dal 15 al 18 settembre – una decina di scrittori palestinesi, perchè, come spiegano gli organizzatori, “anche se da mezzo secolo la Palestina è costantemente sotto i riflettori dei media, poco si conosce di quello che creano gli scrittori, gli artisti, i registi e i musicisti palestinesi: la vitalità, la misurata reticenza e lo humor con cui reagiscono alle mutilazioni territoriali, culturali o linguistiche”.
Il dottor Abuelaish, che attualmente insegna all’Università di Toronto, dove è andato a vivere, e che nel 2010 è stato uno dei candidati al Nobel per la Pace, mentre risponde alle domande, è una roccia e, al tempo stesso, un fiume in piena di emozioni.
Cos’è l’Occupazione della Palestina nella sua esperienza di uomo, medico e scrittore?

“L’occupazione israeliana non è solo privazione della libertà materiale. Ma riguarda anche l’anima e la mente. È occupazione tutto ciò che toglie dignità all’essere umano, non solo la guerra e la violenza ma anche la povertà e la discriminazione. Non solo i palestinesi, dunque, subiscono un’occupazione, ma molti altri popoli e persone nel mondo”.
Il suo libro si intitola “Non Odierò”. Ma, in una situazione di oppressione, l’odio non serve talvolta a resistere, a sopravvivere?

“Una volta pensavo che, in tempi di guerra e sofferenza, odiare è indispensabile. Dopo quello che ho sofferto, mi è molto chiaro che odiare appartiene a una visione troppo corta della vita. Il tempo, spesso, dimostra che ciò che ci sembrava un male in assoluto, in realtà nascondeva delle possibilità positive. Io sto imparando a valorizzare e potenziare il bene che c’è nel male. Ho deciso di non essere prigioniero del mio stesso odio. Col mio libro dico al mondo che, malgrado la mia tragedia, non sono più una vittima. Sono andato oltre e oggi sono più forte di prima. La mia mente, dopo la morte delle mie figlie, doveva restare lucida e l’odio l’avrebbe deteriorata. E avrebbe distrutto la mia vita, quella della mia famiglia, quella della comunità in cui vivo. Accettare di odiare per sempre è autolesionismo. Proprio quello a cui mira il nemico che, con la sua violenza, vuole disperarmi, spingermi verso la rassegnazione e la morte. Così se riesco a sopravvivere, ho vinto io”.
I palestinesi temono la morte meno degli altri?

“I palestinesi non hanno bisogno delle pallottole per conoscere la morte. Vengono continuamente uccisi dalla minaccia, dall’insicurezza, dall’oppressione. Ma nessuno può toccare il sogno di libertà che è nella loro testa e nel loro cuore. Li potrai opprimere e deprivare, ma non potrai impedirgli di sognare. Finchè ci sarà anche un solo sognatore, quel sogno resisterà”.
All’origine del conflitto israelo-palestinese c’è la rivendicazione biblica della Terra Promessa da parte dei sionisti. Come dire che all’origine della violenza c’è la parola scritta.

“Le parole sono più efficaci delle pallottole e possono essere distruttive. È fondamentale selezionare le più costruttive e dirle al momento giusto. Che senso ha pronunciarle quando non servono più? Tutti coloro che scrivono o parlano in pubblico devono esserne consapevoli e, prima di tutto, onesti con se stessi”.
Perchè oggi alcuni palestinesi sembrano voler fare la guerra ai loro stessi fratelli o agli amici dei loro fratelli, come nel caso di Vittorio Arrigoni o di Juliano Mer Khamis?

“Sono molto triste per questo. Il caos attuale della Palestina è completamente fuori controllo e l’irrazionalità trionfa. Il dolore ha preso il sopravvento sulle persone. Arrigoni e Mer Khamis sono morti ma vivono ancora nelle persone che li amavano, soprattutto nei bambini. La ragione per cui è successo dovrà scoprirla chi li ha uccisi. Noi dobbiamo solo evitare che avvenga ancora”.
A giorni Abu Mazen chiederà all’ONU il riconoscimento della Palestina come stato. Cosa accadrà?

“Questo passo andava fatto almeno 10 anni fa. Ma succede oggi ed è comunque la scelta giusta, poichè il problema della Palestina nasce nel secolo scorso per responsabilità della comunità internazionale e dalla stessa deve essere risolto. Molta gente pensa che l’ONU sia dominata da interessi particolari. Solo se essa riuscisse nell’impresa di chiudere questa lunga cronaca del conflitto potrebbe riscattare il senso e la funzione per cui è nata; l’alternativa è la sua stessa estinzione. Se l’Assemblea prenderà una posizione e la tradurrà in parole e azioni, nessun altro potrà avere voce più autorevole e anche l’eventuale rifiuto delle risoluzioni da parte di israeliani e americani avrà conseguenze efficaci”.

di Giampaolo Paticchio
Interprete: Ilaria Tarasconi

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