“Ce scappa la paura”: viaggio nell’immaginario popolare

6 ottobre 2011 | Commenta Scelti per voi

Tra sacro e profano, preghiere e superstizioni, un breve percorso a ritroso nelle credenze dell’antica civiltà marchigiana.
“Per capire la direzione del nostro andare, occorre indagare da dove si viene”, dicono gli storici. E per farlo occorre ricostruire la memoria, quel filo invisibile che ci lega alle generazioni dei nostri nonni e che il Novecento, secolo di grandi cambiamenti, ha reso più sottile. È la memoria che conserva tutto il bagaglio di credenze, costumi e canzoni popolari, tesoro di una civiltà ormai a rischio di estinzione, insieme alle fiabe e alle leggende di chi ci ha preceduto. Racconti un tempo tramandati di genitore in figlio per ingannare il tempo e la fatica, tra il telaio e il filare, o narrati attorno al camino la sera, quando fuori era freddo e buio e intere famiglie si raccoglievano insieme, i più giovani a bocca aperta dietro alle storie dei più vecchi.

Un incanto, che si è rotto, in parte, con l’arrivo della comunicazione di massa, livellatrice di dialetti e tradizioni locali, e in parte con l’arrivo dell’illuminazione pubblica, che ha privato la notte del suo mistero. E così fate, Sibille e mazzamorelli, amanti dell’oscurità, sono scomparsi dall’immaginario popolare, per andarsi a rintanare dentro qualche anfratto, lontano dalla vista umana. Tuttavia c’è qualcuno che, prima di vederli scomparire del tutto, ne ha voluto catturare la memoria, raccogliendo le testimonianze di alcuni anziani, vissuti tra i monti Sibillini – patria della Sibilla Alcina, regina delle fate – e l’ascolano, terra devota a Sant’Emidio, protettore dai terremoti. Ne è nato così un libro, edito nel 2004 col titolo “Tra Sant’Emidio e la Sibilla. Forme del sacro e del magico nella religiosità popolare ascolana”, scritto dall’antropologo Mario Polia, direttore del Centro Studi Tradizioni Picene. “Costumi e superstizioni dell’Appennino marchigiano” di Caterina Pigorini-Beri offre invece un genuino spaccato di vita paesana camerinese di fine Ottocento. Un’opera scritta nel 1899 e ristampata nel 2010, interessante per riscoprire le radici dell’anima popolare della nostra Regione.

 

Racconti di paura: i mannari, le sdreghe e la pandàfega
In un mondo senza illuminazione ed elettricità, popolato di credenze e superstizioni, sorgevano spontaneamente leggende su spiriti e presenze magiche, abitanti della notte e dell’oscurità. A chi rincasava tardi la sera, come il giovanotto che andava a trovare l’innamorata, si diceva: “Stai attento, che ce scappa la paura”. Nell’ascolano, la Paura era la personificazione di un ente soprannaturale, spesso l’anima di un defunto, che prendeva le sembianze di un animale. A questa credenza popolare si ispira la “Notte delle Paure”, una suggestiva manifestazione che si svolge ogni estate a Valle Castellana, nel confine tra Marche e Abruzzo.
Un’altra figura tipica dell’immaginario marchigiano era il mannaro, ossia l’uomo-lupo, un mito ancestrale della cultura europea. La leggenda narra che quando era colto dalle sue crisi periodiche, il mannaro usava infilare la mano nella gattarola della porta di casa per avvertire le moglie di non aprire se avesse visto i peli. Erano però le streghe (sdreghe in dialetto locale) ad occupare un posto ancora più rilevante nell’immaginario popolare. Credenza vuole che diventino streghe le bambine nate la notte di Natale o quelle battezzate recitando una formula sbagliata. Per scacciarle ed evitare che entrassero nelle stalle a prendere le bestie, o nelle case a succhiare il sangue dei neonati, si usava mettere dietro la porta una scopa disposta al contrario: “perché se diceva – narrano gli anziani – che per quanto la sdrega conta tutti i fili di paglia, si fa giorno”, e il giorno, si sa, è nemico delle streghe.
Un’altra figura, detta la “pandàfega”, inquietava le notti dei nostri antenati. La “pandàfega”, scrive Polia, “era una sorta di incubo, uno spirito che opprime il dormiente. Si trattava quasi sempre di un’anima in pena, l’anima di un defunto che non riposava e ‘te dia fastidio’ ”. Negli scricchiolii e  ticchettii dei vecchi mobili, oggi attribuibili ai tarli, si manifestavano le stesse anime del purgatorio, bisognose di preghiere. Così, per scacciare fantasmi e spiriti maligni ed avere nottate tranquille, la sera prima di coricarsi si usava recitare delle preghiere, dette in latino loricae (corazze): servivano a proteggere il dormiente durante il sonno, racchiudendolo all’interno di un perimetro sacro e inviolabile. Ne è un esempio questa preghiera di Castel Trosino: “Da capo al letto mio/ c’è un angelo di Dio/ e uno di qua e uno di là/ la Madonna e la santissima Trinità…”.
Sia la dimensione religiosa che quella magico-superstiziosa permeavano ogni angolo della vita umana, in cui l’episodio fausto era simbolo della divina provvidenza, mentre l’evento negativo (in particolare malattie e sfortune improvvise) era un effetto dell’invidia e del malocchio. L’invidia in particolare (dal latino in-video, “rivolgere lo sguardo contro”) era un sentimento molto temuto un tempo per via dei suoi effetti nocivi: le persone in grado di contagiare il malocchio potevano, solo tramite il loro sguardo, far cadere a terra delle bestie da soma, o far scomparire il latte dalle mammelle delle donne. Da qui il ricorso frequente al magaro, figura sociale di rilievo, per scansare l’invidia, e l’usanza apotropaica di esclamare “gne noccia!” (non gli nuoccia) quando si esprimeva ammirazione per qualcuno.

di Claudia Cinciripini

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