200 sono tante…ma noi non ci siamo!

19 luglio 2011 | Commenta Università

I conti si fanno sempre alla fine, si dice. E allora, per capire lo stato di salute dell’Università italiana e marchigiana ci rifacciamo ad una delle classifiche internazionali più prestigiose in tema di istruzione: quella delle migliori 200 Università a livello internazionale. E scopriamo che…
Credeteci, non è volontà di mostrare il lato peggiore del nostro sistema universitario la molla che ci spinge a porre nuovi interrogativi e a continuare il lavoro di revisione e proposte che abbiamo iniziato grazie alla preziosa collaborazione dei nostri rettori. Al contrario, la volontà è quella di porre l’accento su quello che va cambiato per restituire ai nostri atenei quell’aura che a loro spetta: quella che appartiene ad una cultura che l’Italia più di tutti gli altri Paesi ha respirato fin dalla sua nascita.
Non possiamo allora non riflettere sulla classifica proposta a fine 2010 dall’autorevole settimanale britannico “The” – Times Higher Education: 200 posizioni da scalare, nelle quali c’è la totale assenza di università italiane.

Un grosso neo, a nostro avviso; un “pugno” allo stomaco di chi ancora crede nel sistema universitario italiano. E, non possiamo non pensarlo, a quello di chi in questo sistema lavora, aggiornandosi ed impegnandosi per offrire la migliore istruzione possibile.
E il “problema” diviene ancora più serio se si fa riferimento ai criteri utilizzati per stilare questa graduatoria: la qualità della didattica, la ricerca prodotta nei singoli dipartimenti, gli stimoli creati dall’ambiente accademico, il livello di retribuzione di docenti e ricercatori.
Scorrendo la classifica, si può notare facilmente l’egemonia delle Università americane che sono presenti con ben 72 atenei e che conquistano il primo posto con la Harvard University”.
Ma il livello delle Università europee è comunque ben rappresentato dalle “solite note” Gran Bretagna, Germania e Francia ma anche da outsider se così vogliamo dire come Spagna, Finlandia, Danimarca, Irlanda, Belgio e Olanda. A farsi largo poi sono anche i Paesi emergenti come la Cina, la Corea del Sud, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, l’Egitto, la Turchia e il Sudafrica.
Non possiamo non spaventarci del fatto che dell’Italia non vi sia alcuna traccia!
Che fine ha fatto la nostra orgogliosa tradizione? Siamo davvero così tanto arretrati rispetto al resto del mondo? Noi che nella culla della civiltà ci siamo nati?
E al di là di questi interrogativi filosofici, non possiamo non chiederci: come mai è passata sotto silenzio questa notizia? Si sta lavorando per recuperare la situazione?
Che si viva nella società della conoscenza, ormai è appurato. Ma che cosa si fa per appartenere a questa società e non esserne soltanto spettatori.
Magari però, stiamo esagerando con la nostra ottica “negativa”. In fin dei conti, come già altre volte sottolineato, quella di chi vi parla è una riflessione avulsa da un contesto universitario che si è conosciuto in fase di formazione personale ma non si è vissuto dall’interno.
Ancora una volta allora, ci affidiamo alle parole dei nostri rettori: la situazione delle nostre Università è davvero così grave? Dobbiamo preoccuparci che tra qualche anno una laurea ottenuta in Italia valga meno di una conseguita in qualsiasi altra parte del mondo? E’ possibile una netta inversione di tendenza?
E un’ultima domanda provocatoria: in questo momento, a vostro figlio, consigliereste di andare a studiare all’estero o di rimanere in Italia?

UNIVERSITÀ DI ANCONA
Marco Pacetti
Il contributo del Rettore

“L’Italia investe quasi il 40% in meno della Germania, il 45% in meno dell’Olanda ma anche il 15% in meno della Spagna, come l’OCSE  segnala  nelle  più  recenti  statistiche.
Per quanto riguarda il presunto eccesso di offerta  formativa, i confronti internazionali segnalano che il numero degli Atenei per milione di abitanti dell’Italia è in linea con il valore degli altri Paesi europei e molto al di sotto dei dati USA; ciò vale “a fortiori“ se si considera che in Italia manca quasi del tutto un settore di alta formazione professionalizzante come le Fachhochschulen o le Grandes Écoles.
Un terzo argomento riguarda la inefficienza del sistema sia in termini di produttività nella formazione di capitale umano che di risultati della ricerca. A parte il deciso miglioramento in termini di numero di laureati conseguente alla riforma, molti dei quali nella durata legale, vanno considerati due fattori non attribuibili agli Atenei quali la mancanza di una vera politica di affermazione del diritto allo studio e l’ assenza di filtri all’ingresso all’Università. La prova di ciò sta nel fatto che se si togliesse dalle statistiche degli abbandoni quel 20% di studenti che si perde tra il 1° e il 2° anno la produttività sarebbe perfettamente in linea con i paesi OCSE ove tali filtri esistono.
Riguardo infine alla produttività della ricerca scientifica basterebbe ricordare che su “Nature” l’analisi di Sir David King, consigliere scientifico del governo inglese, ha mostrato che se si considerano gli articoli scientifici più citati prodotti per singolo scienziato occupato, i ricercatori italiani guadagnano il 3° posto al mondo precedendo USA, Francia e Germania. Le ricorrenti polemiche sulla assenza di Atenei italiani nelle posizioni di vertice nei ranking internazionali sono frutto di analisi affrettate: la qualità media è buona mentre mancherebbero punte di eccellenza.
Ma mentre la Germania ha lanciato un programma aggiuntivo per 2 miliardi di euro per creare Atenei eccellenti e in Francia il governo (di destra) ha ripreso una idea del precedente governo (di sinistra) investendo in 10 atenei 5 miliardi di euro in più, nel nostro Paese la reazione è stata di tagliare del 20% a regime gli investimenti (già bassi) per l’intero sistema universitario”.

UNIVERSITÀ DI CAMERINO
Fulvio Esposito
Il contributo del Rettore

“È stato giustamente messo in evidenza dai media che non ci sono università italiane fra le prime 200 al mondo. Ma ancor più mortificante è notare che un Paese relativamente piccolo come l’Olanda, con un territorio che è appena 4 volte quello delle Marche, ha 16 Università e di queste 16 ne piazza ben 10 fra le prime 200! Qual è la ricetta del successo olandese? Semplice: l’Olanda ha un vero ‘sistema universitario’, nel quale le Università non si sovrappongono ma si specializzano. Un’Università Europea delle Marche, questo è il mio sogno, perché non possiamo accontentarci di esser bravini ‘nel nostro piccolo’, dobbiamo essere competitivi su scala globale, questa è la sfida che dobbiamo vincere.
Sfida che Unicam ha accettato ed i risultati stanno arrivando: per il settimo anno consecutivo Unicam è al primo posto tra i piccoli atenei, ed al settimo posto assoluto, nell’annuale classifica redatta dal CENSIS;  è al quinto posto assoluto tra le Università statali nella classifica ministeriale redatta sulla base del miglioramento di un set di 15 indicatori; i nostri studenti costantemente esprimono un grado di soddisfazione superiore al 90% e, nella stessa proporzione, dichiarano che, se tornassero indietro, si ri-iscriverebbero all’Università di Camerino.
I riconoscimenti giungono poi anche a livello internazionale: tra i tanti, tengo a segnalare il recente riconoscimento ufficiale da parte della Commissione Europea, con la concessione del logo Excellence in Research, della strategia UNICAM di sviluppo delle risorse umane per la ricerca (HRS4R), considerata un passaggio cruciale per attrarre verso la professione del ricercatore i migliori talenti. Sono dunque convinto che ci sia una possibilità per il sistema universitario italiano, grazie soprattutto a quelle Università che, come UNICAM, stanno provando, con fatica e tra mille difficoltà, ad intraprendere la strada del cambiamento, ponendo al centro della loro azione gli studenti e le risorse umane per la ricerca, operando con autonomia responsabile. Per questo, nonostante tutto, chi sceglie di studiare in Italia, nelle Marche, a Camerino, non sbaglia”.

UNIVERSITÀ DI MACERATA
Luigi Lacchè
Il contributo del Rettore

“La Commissione europea ha dato mandato affinchè si elabori un sistema di valutazione e di ranking delle Università europee, che sia in grado di leggere meglio le peculiarità del modo europeo di fare formazione e ricerca. Le classifiche internazionali partono da principi e criteri tipici del sistema anglosassone. Innanzitutto, quindi, c’è un problema di politica della valutazione. Per certi versi, inoltre, fa sorridere sentir parlare di competizione tra Atenei italiani e stranieri, se si considera l’enorme differenza di risorse a disposizione. Ci dovremmo meravigliare del contrario: le nostre Università, rapportate alla quota di Pil investita, non stanno agli ultimi posti; il Comitato Nazionale di Valutazione stima il nostro sistema universitario al quinto posto in Europa (e al decimo nel mondo) per qualità; i nostri ricercatori sono terzi in Europa per produttività; ogni anno perdiamo migliaia di laureati e di ricercatori, accolti a braccia aperte negli altri Paesi, segno che le nostre Università non sono così male. Occorre, però, porsi il problema dell’internazionalizzazione della ricerca, della didattica e degli standard. Molte Università italiane – anche quelle della nostra regione – offrono un ottimo livello di formazione, senza molto da invidiare agli Atenei stranieri. La differenza sta nell’organizzazione della ricerca e della concentrazione specialistica delle competenze. La nostra Università di massa – perché questo è – stenta a creare profili di eccellenza a livello mondiale. Dobbiamo trovare un punto di equilibrio più avanzato, ma non poco dipende dalle risorse a disposizione”.

UNIVERSITÀ DI URBINO
Stefano Pivato
Il contributo del Rettore

” “In cauda venenum”, dunque: nella domanda c’è già buona parte della risposta. E’ diventato un luogo comune quello di consigliare l’espatrio ai nostri giovani laureati. Ma per formulare tale consiglio senza superficialità si vuole che sia accompagnato dalla convinzione che i nostri ragazzi abbiano ricevuto una formazione adeguata a competere e primeggiare nel mondo. Dunque, prima di gettare la croce addosso agli atenei va detto che se si parla dei nostri “cervelli in fuga” si parla di laureati. Se ricordiamo che siamo agli ultimi posti dei paesi OCSE con una spesa in ricerca dell’ 1,12% del Pil (studio ISAE 2009) dimezzata rispetto alla media europea, verrebbe da dire che con questi chiari di luna l’università italiana se la cava al meglio. Harvard,che primeggia in tutte le classifiche, ha ricevuto nel 2009 705 milioni di dollari, di cui l’80% di fondi federali, un quinto di tutto l’FFO italiano.
Eppure, i dati OECD del 2010 dicono che l’Italia è al 3° posto nel Mondo per articoli ogni 1000 ricercatori, dopo Svizzera e Olanda, e al 19° per articoli pubblicati dai ricercatori, prima ad esempio, di Francia e Giappone. Il totale ci colloca all’8° posto al mondo per qualità dei ricercatori.
Questo però non deve sottrarci all’analisi delle criticità.
Dobbiamo legare i finanziamenti – certo, non in via esclusiva – alla qualità della ricerca ma anche a quella della didattica. Contiamo sul fatto che l’ANVUR possa essere davvero un organismo capace di agire in questa direzione.
Urbino è presente nella graduatoria ICU al 32 posto su 83 atenei italiani, e nei primi mille a livello mondiale su 10.000 valutate. La classifica del Censis 2010-2011 la colloca al nono posto su venti tra le università di media grandezza, migliorando il suo punteggio da 87,3 a 89,2  su 100 con diversi punti di eccellenza.
Ma per tornare ai consigli da dare ai nostri ragazzi, è indiscutibile quello di effettuare un periodo all’estero durante il corso degli studi. Anche restando poi in Italia, sarà un’esperienza comunque utile, di crescita umana prima ancora che formativa”.

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