L’anima guerriera del Conero

18 luglio 2011 | Commenta Scelti per voi

I misteri del monte, tra mito e segreto militare
Il cuore del Monte Conero, per lungo tempo, ha pulsato a ritmi di guerra. Quella fredda.
Che il monte non sia soltanto quel paradiso naturale che sporge sullo specchio del mare, come appare al colpo d’occhio, lo testimonia il fiorire di numerose leggende metropolitane che lo riguardano. Il senso comune popolare non è mai puntualissimo, ma ha comunque naso per certe cose. Le leggende, tanto quelle antiche che quelle contemporanee, traggono vita da piccoli segnali oggettivi e rimandano sempre a un nucleo nascosto  di verità. In questo caso una verità pericolosa, da tenere sottotraccia a tutti i costi, anche quando si manifesta in bella vista sotto gli occhi di tutti. Gli abitanti del Conero ricordano ancora, infatti, il viavai di mezzi militari pesanti e i frequenti trasporti eccezionali, giorno e notte, lungo la strada del monte. Un traffico, durato qualche decennio, che si sarebbe diradato solo dopo la fine degli anni ’80, a Muro di Berlino definitivamente crollato e a Unione Sovietica dissolta. Il Conero conteneva allora una importante base militare della Marina, dai connotati poco chiari; a tutt’oggi la sua vera funzione di quegli anni è avvolta nelle nebbie del segreto militare.

Il monte ospita ancora, a vent’anni di distanza dalla fine di quella fase storica, un presidio militare, il 3° D.A.I., Distaccamento Autonomo Interforze, che fa parte di un servizio di informazioni militari; ma le sue dimensioni attuali, il numero degli uomini impiegati, l’attività  e l’importanza strategica del sito sono ridotti rispetto ad allora. Oggi, una parte delle postazioni militari che occupavano la superficie del monte e da lì vi si abissavano dentro, sono inattive e in evidente stato di abbandono, seppur ancora inaccessibili in quanto Zona Militare.
Nata tra la fine degli anni ‘40 e i ‘50, agli albori della guerra fredda, la base doveva probabilmente essere una specie di avamposto ben dotato e proteso verso est, come una vigile sentinella dell’occidente contro il pericolo rosso. Una torre di controllo in incognita del patto atlantico sul blocco sovietico. Le mappe segnavano, dall’una e dall’altra parte dell’Adriatico, Italia e Jugoslavia; ma il vero confine geopolitico di quegli anni era tra Usa ed Urss.

Insomma il Conero, in quei decenni, era un gigante solo apparentemente addormentato, dalla peluria lussureggiante di bosco e dal ventre cavo, anzi svuotato. Quelle carovane di autoarticolati che gli abitanti del Poggio, di Portonovo, di Massignano e di Sirolo vedevano e sentivano transitare rumorosamente sulla tortuosa carreggiata della strada tra Ancona e il Conero, a un certo punto, infatti, sparivano nelle viscere del monte, dove il traffico era probabilmente altrettanto intenso e infrastrutturato.

Ma la storia del sottosuolo del Conero è molto più antica.
Il monte è infatti traforato, lungo i suoi quasi 600 metri d’altezza, da una rete di cunicoli e cesellato di numerose grotte, in un lavorio costante della natura e dell’uomo che ha attraversato i secoli: il buco del Diavolo, il Fosso della Tomba, le grotte romane, la grotta del Mortarolo, la grotta dell’Abate e quella del Santone sono solo alcuni dei siti, quelli di cui esistono ancora gli accessi esterni, dal momento che il resto è franato; ma la memoria popolare ne contempla molti altri. Gran parte delle gallerie risale all’epoca greco-romana: si trattava di tunnel e rifugi a scopo difensivo, di passaggi che, secondo la tradizione, sfociavano verso cavità sul mare, come la grotta dei Frati o quella degli Schiavi, crollata negli anni ’30. Ma quel serpeggiare sottocutaneo di gallerie e di vuoti – in parte naturale, data l’origine vulcanica del monte – era servito anche come sistema di approvvigionamento idrico destinato a rifornire la città. La voce di popolo paventa addirittura che esistesse una specie di filo rosso sotterraneo che doveva congiungere sino a Roma e collegare così l’intero stato pontificio. Alcune leggende, raccolte da storici locali all’inizio del secolo scorso, ambientano proprio in quei luoghi storie fantastiche di tessitrici mitologiche, di chiocce dai pulcini d’oro, di esploratori, naufraghi e zingare, a testimoniare la probabile esistenza di una vita sottopelle del monte.
Poi, con la fine della seconda guerra mondiale, inizia per il monte un’altra storia, molto meno magica. Una fantascientifica impresa (nel modo in cui fantascientifica fu la Guerra Fredda) diede vita alla base militare: imponenti scavi, gallerie quasi autostradali, androni, lunghi tunnel e budelli di scale. Il monte fu gradualmente svuotato di pietra e di terra e venne invece riempito di sistemi tecnologici molto sofisticati per l’epoca, di apparati radio e radar, di officine, di mezzi. E in seguito anche di personale: soldati, tecnici, meccanici. Probabilmente anche di armi, cannoni e missili pronti per ogni evenienza, come era negli usi e costumi dell’era della deterrenza. L’era del bottone rosso che, premuto, avrebbe scatenato l’attacco missilistico totale.
Tra le dicerie mai verificate, pure quella secondo la quale l’arsenale custodito nella pancia del monte fosse comprensivo anche di qualche decina di testate nucleari. E, nella leggenda metropolitana, il sistema di comunicazione delle gallerie potrebbe condurre, sempre sotterraneamente, addirittura fino ad altre basi militari dell’Emilia Romagna. Mentre, secondo le congetture in cui ci si imbatte frugando quà e là nei forum del web, al largo, in acque internazionali, vi sarebbe stato un tunnel sotterraneo diretto verso il monte, usato per  l’ingresso di sottomarini bisognosi di rifornimento.

Ma sin qui abbiamo a che fare forse solo con indiscrezioni dietrologiche e supposizioni suggestive, un “sentito dire” di cui non è possibile decifrare il grado di fantasia.

Un testimone oculare, invece, oggi più che settantenne, ricorda lucidamente la prima fase dei lavori di edificazione della base, alla quale partecipò lui stesso e per la quale fu utilizzata quasi solo manodopera locale: si trattava di farsi strada dentro al “sasso” a colpi di dinamite, aprendosi lunghe e larghe gallerie. Solo dopo 6 o 7 anni di lavori, quando la base era strutturalmente pronta per l’allestimento strategico e militare vero e proprio, la   manodopera del posto fu progressivamente e totalmente rimpiazzata da gente specializzata venuta da fuori. Nessuno dei locali doveva sapere cosa avveniva veramente nei ventricoli della montagna. È la logica del segreto militare.

Da quegli anni in poi l’attività di trasmissione e ricezione radio, quella di monitoraggio radar e di ascolto elettronico, dovette essere molto intensa se è vero che lo Stato ha in seguito pagato, o sta pagando, indennizzi a persone che vivono in quel territorio, entro un raggio specifico, proprio a causa dei danni da inquinamento elettro-magnetico, dovuto all’emissione di onde non meglio precisate. Il risarcimento, effettuato secondo un criterio catastale (il valore dell’abitazione di residenza), ha però riguardato solo alcune delle famiglie che ne avevano fatto richiesta e solo alcuni dei centri abitati coinvolti, secondo criteri non ben identificabili, poichè i dinieghi non sono mai stati motivati. L’ingorgo di onde dev’essere notevole lassù, se si aggiunge che, dal verde intenso del bosco del monte, fanno capolino altri ripetitori di segnale, tra cui il più visibile è quello della RAI.

Nel 1987 il Conero è diventato luogo protetto anche per altri motivi, dal momento che è stato istituito come Parco del Conero, con la creazione di percorsi naturalistici, i cui sentieri a tratti fiancheggiano la parte dismessa dell’area militare, pur sempre off-limits. Così quel territorio ha scoperto la sua vena aurea turistica e naturalistica, che ne ha offuscato e superato, almeno nell’immaginario comune, l’anima militare.

I misteri hanno identità molteplici: fanno parte della storia, dell’immaginazione, della leggenda e arricchiscono di fascino i luoghi che li custodiscono.
Ma nessun mistero, in uno stato democratico, neppure il segreto militare, dovrebbe essere al di sopra della vita, della libertà e della salute dei suoi cittadini. Si spera questo valga, e sia valso, anche per il Monte Conero.

a cura di Giampaolo Paticchio, con la collaborazione di Jano Vegas

 

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