Giovanni Allevi, il pianista marchigiano che ha conquistato il mondo

14 marzo 2011 | Commenta Scelti per voi

Criticato da più fronti, lui resta un artista internazionale con un solo “difetto”: essere un compositore contemporaneo e non un individuo devoto unicamente alla conservazione del passato.
A lui si deve un nuovo modo di fare musica, distante dall’esperienza dodecafonica e minimalistica, ma capace di affermare una nuova intensità ritmica e melodica europea

 

Ama definirsi un simpatico megalomane, va pazzo per i manicaretti di sua madre e, quando ha voglia di staccare la spina, si barrica tra le splendide mura di Ascoli Piceno, sua città d’origine. Lui è Giovanni Allevi, musicista dalle mille sfaccettature, scomodo per chi non sa guardare oltre e geniale per chi ha saputo apprezzare il suo nuovo modo di fare musica. A 42 anni è uno dei pianisti e compositori italiani più amati al mondo e oggi la sua regione ne va orgogliosissima. Si emoziona parlando della sua città, delle Marche, dei momenti che lo legano a questa bellissima terra  e alla sua gente.

“Ho avuto un’infanzia meravigliosa! Quelle discese spericolate lungo il marciapiede di via Sassari con lo skateboard -  ricorda con nostalgia Allevi – e il capitombolo con cui mi sono rotto un dente! Pensi che è ancora scheggiato! E poi quando, all’età di 28 anni, fui licenziato sia dalla scuola di musica dove insegnavo pianoforte, sia dalla scuola media dove ero supplente, non persi tempo: una mattina andai alla stazione a fare un biglietto per Milano, solo andata!”.

Cosa le manca di più delle Marche?
“Le Marche sono una terra che ti predispone al sogno. Prima di tuffarmi nelle mie tournèe in giro per il mondo, è vitale per me tornare lì ogni tanto, per riprendere contatto con l’essenzialità delle cose, col silenzio e la purezza della natura. Mi manca ogni cosa: l’aria limpida, i paesaggi che ti lasciano a bocca aperta, la parlata marchigiana, così morbida e musicale, per non parlare dei manicaretti di mia madre!”

Quale è stata la reazione dei suoi conterranei nei confronti della popolarità da lei raggiunta ?
“Assolutamente sorprendente! Non è vero che non si può essere profeti in patria! Ricevo dai conterranei un sostegno continuo, soprattutto da parte dei concittadini ascolani. Con loro mantengo i contatti attraverso e-mail divertenti e scritte nel nostro dialetto. Grazie a loro sono sempre aggiornato sulle sorti della mia squadra di calcio. Mi sono commosso quando, in un importante ristorante di Shanghai, nel menù figuravano le olive all’ascolana. La prima cosa che ho esclamato è stata: “Siete arrivate prima di me!”

E le prime cose che fa quando torna ad Ascoli? Ci sono abitudini o piccoli riti che il tempo non ha cancellato e che ama ripetere quando è qui?
“In realtà resto a casa per tutto il giorno, perché più di ogni cosa ho bisogno di silenzio e solitudine. Fondamentalmente leggo. Poi all’imbrunire esco per ripercorrere quelle vie che tanto ho amato. C’è un profumo per le strade, una bellezza architettonica che sfida l’eternità. Osservo anche i ragazzi felici che schiamazzano. Che bella la vita, inquietante ma bella. Sono convinto che anche loro un giorno sentiranno la necessità di partire.”

Lei ha onorato la sua regione, creando l’Inno delle Marche, una composizione orchestrale, in occasione dell’Incontro Nazionale dei Giovani, tenutosi a Loreto nel 2007. Una melodia creata sulle sfumature del paesaggio marchigiano. Cosa l’ha ispirata e quale messaggio ha voluto trasmettere?
“Una macchina di lusso mi accompagnò al palazzo della Regione dove il Presidente Spacca mi espose la sua idea dell’Inno. Mentre la macchina mi portava via, sul vetro appannato disegnai un pentagramma e vi appoggiai le prime note che erano “cadute” nella mia testa. La stesura completa avvenne qualche giorno più tardi nel tranquillo giardino di una casa a Scotch Plains, nel New Jersey, dove ero in ritiro durante la tournèe americana. Ne realizzai anche una versione audio con i suoni sintetici del computer che simulavano l’orchestra sinfonica. Qualche mese più tardi la feci ascoltare a degli amici marchigiani, nello stereo di una macchina parcheggiata su un punto del  Conero, dove potevamo scorgere una vista fantastica sul mare. Durante l’ascolto uscì qualche lacrimuccia. Era l’ok definitivo!”

Il suo primo album, “13 dita” del 1997, è stato pubblicato dal grande cantautore italiano Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti. Come è stato lavorare al suo fianco?
“Entusiasmante, ma anche difficile. Io volevo continuare il mio percorso, scrivere e suonare la mia musica, mentre Lorenzo mi aveva convocato per lavorare con la sua band; due strade inconciliabili. E’ stata inevitabile la separazione, anche soltanto per non rischiare di brillare di luce riflessa. Ma devo molto a lui.”

Lo scorso settembre è uscito il suo sesto album, per pianoforte solo, intitolato Alien. Com’ è nata questa ultima creazione e cosa la differenzia dalle precedenti?
“Alien è un lavoro la cui gestazione è durata quattro anni, ma sinceramente non so perché ora “esista”. Infatti è un mistero che quelle note siano cadute nella mia testa. Ho dovuto riportare quella musica sulla carta, poi sulla tastiera, esattamente come voleva lei, lontano da qualunque standard discografico e radiofonico, lontano anche dalla pretesa di suscitare un consenso collettivo o il compiacimento della critica. La musica di Alien rappresenta dunque la mia totale libertà di espressione, la voglia di proporre dei contenuti contemporanei organizzati in forme dilatate classiche, come la Sonata. Alien rappresenta anche un diverso modo di pensare e di porsi di fronte all’esistenza quotidiana, senza dare nulla per scontato, mantenendo l’ingenuo stupore di chi guarda il mondo per la prima volta.”

Invece nel 2008 ha tenuto il concerto natalizio, presso l’aula del Senato. Un evento sempre presenziato dal Capo dello Stato e dalle più alte cariche istituzionali. Che ricordi ha di quei momenti?
“Oltre l’appassionata esecuzione dell’orchestra sinfonica de “I Virtuosi Italiani” alla mia guida, ricordo l’affetto e l’incoraggiamento degli uscieri e del personale del Senato della Repubblica, la folla di gente che si era radunata fuori per salutarmi, appena conclusa la diretta. Ho anche ricevuto l’e-mail di uno chef di un ristorante: mi raccontava di aver seguito il concerto in cucina con un mestolo in mano mimando la direzione d’orchestra, talmente preso dalla musica da far bruciare l’arrosto!”

Ricordi bellissimi! Ma con lei vorrei toccare anche un tasto poco simpatico: spesso è stato oggetto di critica da parte di opinionisti e  musicisti che non hanno visto di buon occhio il suo modo di fare musica. Dal musicologo Stefano Biosa al famoso violinista  Uto Ughi, al giornalista Filippo Facci che lo ha definito un minimalista. Da cosa nascono queste polemiche e come lei ha reagito e, soprattutto, come ha difeso il suo stile musicale?
“Loro hanno paura e forse si tratta di un timore giustificato, in quanto il mio esempio rappresenta un cambiamento troppo radicale nel mondo della musica colta. La paura di sentirsi messi da parte e di perdere la leadership culturale di cui si sono sempre fregiati. Infatti io propongo un’estetica che è un inno al presente, dove la musica colta, espressione di questo nostro tempo, recupera un rapporto profondo con l’ascoltatore, superando definitivamente il vicolo cieco verso cui era finita l’avanguardia del Novecento. Questo intento, sicuramente ambizioso, doveva essere da me perseguito, essendo io un compositore contemporaneo e non un individuo devoto unicamente alla conservazione del passato. Avevo previsto che i cultori della tradizione classica avrebbero scatenato contro di me una vera battaglia diffamatoria mediatica, al fine di screditare la mia figura artistica e la mia dignità intellettuale. Ciò è avvenuto attraverso la pubblicazione di libri, articoli, interviste, dove è stata perfino riscritta e modificata la mia storia, fino ad attribuirmi affermazioni mai pronunciate. Nonostante l’imponenza dell’operazione, l’establishment non si è dimostrato più forte della mia musica, nè dell’affetto che la gente mi regala.”

Lei si definisce un compositore di musica classica contemporanea, ma con un linguaggio colto ed emozionale, che prende le distanze dall’esperienza dodecafonica e minimalistica ed è capace di affermare una nuova intensità ritmica e melodica europea. Più semplicemente, come il suo è un linguaggio innovativo e diverso da quelli sinora sviluppati?
“Qualunque disciplina artistica e letteraria, fino al design e all’architettura, hanno accettato con grande naturalezza il concetto di “classico contemporaneo”, tranne la musica colta. Invece io credo che sia possibile comporre in un linguaggio che recupera le forme classiche, dove queste organizzino contenuti musicali del mondo di oggi. Ciò che è innovativo non è l’incomprensibile, l’originale a tutti i costi o l’astruso, ma è ciò che esprime in modo verace il presente, cioè l’epoca unica e irripetibile che stiamo vivendo ora e che i grandi del passato non potevano nemmeno immaginare.”

La sua musica ha fatto il giro del mondo. Ha tenuto concerti a New York, a Hong Kong, a Tokyo, a Vienna e in tutta Italia. Oggi che effetto fa sapere di essere un artista internazionale?
“Mi fa effetto sapere che la mia musica tocca il cuore della gente. Finché ne avrò la forza continuerò a incontrare quei sorrisi e quelle emozioni in qualunque angolo del mondo. Io ho fiducia nelle persone, resto stupito dalla grandezza del mondo interiore che ognuno conserva in se. E’ un privilegio potermi esprimere musicalmente fino a entrare in contatto con centinaia di migliaia di anime belle, indipendentemente dai confini geografici. Questo è ciò che conta per me: scrivere musica, suonarla, emozionarmi ed emozionare.”

Tre aggettivi per definirsi…
“Sono un timido, un ingenuo e un simpatico megalomane!”

Un suo sogno personale ancora non realizzato?
“La continua esposizione concertistica e mediatica mi impone di mantenere una certa linea. Per questo motivo seguo una dieta ferrea ed equilibrata. Ma se proprio devo essere sincero, appena mi ha formulato questa domanda, si è materializzata nella mia mente l’immagine di un calzone con pomodoro, mozzarella, funghi e salame piccante. Un sogno per me che, eccezionalmente, questa sera decido di realizzare!”

di Benedetta Zilli

Le date marchigiane del Tour

11 Marzo Teatro Rossini – Civitanova Marche
3 Aprile Teatro delle Muse – Ancona

 

 


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