Viaggi fuori dai paraggi

17 dicembre 2010 | Commenta Scelti per voi

rotte-clandestine-whymarcheLa fuga di un giovane curdo lungo le rotte clandestine, dall’Iraq fino al porto di Ancona
Riapro gli occhi ed è la prima cosa che vedo dell’Italia. La stanza candida e pulita di un ospedale. Non capisco, non so ancora dove mi trovo e soprattutto non ricordo nulla. É come se riemergessi da una lunga apnea, da un sonno profondo nella placenta. La mia testa è uno schermo bianco, come il soffitto.

L’infermiera parla una lingua che non so dire quale sia; ma è molto paziente e finalmente riesce a farmi capire che sono in Italia, che questa è Ancona. Che sono rimasto incosciente per un giorno intero, che ho ora sto bene e devo stare tranquillo, dormire, mangiare. Mi sistema l’ago della flebo, mi sorride, dice altre cose che non afferro, ma il suono mi piace. L’Italia, penso, questa è l’Italia. Sembra il paradiso. Dopo che attraversi l’inferno, qualsiasi cosa somiglia al paradiso.
È passata qualche ora e l’interprete curdo ai piedi del letto mi racconta il resto e mi spiega che al porto la polizia mi ha trovato mezzo congelato nel rimorchio-frigo di un camion. E ormai ricordo quasi tutto fino al momento in cui sono stato chiuso dentro. Sono arrivato in Italia da clandestino. Ero partito circa un mese prima dal Kurdistan Iracheno. Il mio viaggio in fondo non è stato lungo. Anzi. Molti dei ragazzi afghani, pakistani, africani che avrei conosciuto dopo ci hanno messo anche più di un anno prima di approdare in Italia.

L’interprete adesso traduce le domande della polizia. Le stesse domande che mi faranno in seguito le assistenti sociali, i funzionari del Cir che si occupano dei richiedenti asilo, gli impiegati della questura. Gli agenti vorrebbero informazioni sulla gente che mi ha portato fin qui. Ma io non so dirgli molto; di tutti i trafficanti con cui ho via via avuto a che fare non conoscevo neppure i nomi, mai visti prima. Li ho pagati, e tanto, per arrivare in Inghilterra e invece eccomi qui, in un ospedale italiano, scampato per miracolo a una fine da pesce surgelato.

Mi guardo allo specchio e non mi riconosco, anzi mi faccio spavento. Due occhi rossi e sporgenti come quelli di un rospo, una faccia scavata e gialla da fantasma, dodici chili in meno di peso rispetto alla mia partenza. E una sola scarpa.
Il mio nome è Serush e, quel giorno, al mio arrivo in Italia avevo 16 anni. Almeno credo, dal momento che non ho mai conosciuto i miei veri genitori, nè la data, nè il luogo dove sono nato. Non ricordo niente prima dei miei sette anni, età in cui già vivevo con quella che pensavo fosse la mia unica e sola famiglia. Fu a circa undici anni che la mia madrina mi disse: questi non sono i tuoi veri fratelli e loro lo sanno. Mi disse: non potrai contare su di loro dopo la mia morte, non vorranno dividere con te la loro eredità; dovrai trovare da solo la tua strada. Mi disse: avevi un anno e mezzo, forse due, quando ti abbiamo trovato per strada, a Kirkuk. Mi disse: eravamo nell’ultima automobile della fila e quando è scattato il verde, tutto solo, vicino al semaforo, c’eri tu, in lacrime.
Così la madrina e suo marito mi avevano preso con sé e mi avevano portato nella loro casa. All’epoca non ero l’unico bambino abbandonato, eravamo in tanti nel Kurdistan; tutti smarriti lungo la strada dai loro genitori, come la mia scarpa mancante, lungo la tragica fuga verso i confini iraniani a cui 2 milioni di curdi, incalzati da Saddam e dal suo esercito, furono costretti. Era da poco finita la Guerra del Golfo del ‘91, quella di Bush padre contro il Rais, e i curdi, che avevano osato ribellarsi, erano considerati carne da macello.

Quindici mesi dopo il mio primo risveglio italiano in ospedale, sono davanti alla Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale, che deciderà se ho diritto oppure no all’asilo politico, di cui ho fatto richiesta. Le domande dei commissari sono puntuali, non lasciano spazio all’indefinitezza, ai giri di parole, alle contraddizioni.

 

Mi descriva il suo viaggio
“Il 15 giugno 2008 ho lasciato, in segreto, la casa della mia famiglia adottiva per andare a Sulaimaniya, nord Iraq, da dove, dopo tre giorni, sono partito per la Turchia in aereo, con un passaporto falso.”

Da chi si era procurato quel passaporto?
“Da uno che lo faceva per lavoro, lo stesso che mi ha accompagnato all’aeroporto il giorno della partenza. Mi disse che al mio arrivo all’aeroporto di Istanbul ci sarebbe stata una persona ad aspettarmi. E così fu. L’uomo mi portò in una pensione e dopo tre giorni passò a riprendermi. Si ripartiva, e questa volta non ero solo, eravamo in nove.”

Erano curdi anche gli altri?
“Solo alcuni, gli altri afghani, bengalesi. Con un furgone siamo stati portati a Edirne, al confine con la Grecia. I trafficanti ci hanno fatti scendere tra i campi e ci hanno indicato un sentiero da seguire. Dritto, senza possibilità d’errore. Oltrepassato il confine, due utilitarie aspettavano l’ennesimo carico. A Salonicco siamo arrivati di notte.”

Cosa vi dicevano i trafficanti?
“Poche cose essenziali. Per lo più parlavano tra di loro.
Così siamo arrivati ad Atene. E alcuni del gruppo sono rimasti là. Ma io avevo pagato per l’Inghilterra. Così sono stato affidato a un camionista che era diretto a Patrasso. E una volta al porto, con mio grande stupore, siamo filati dritti nella pancia di una nave, io al fianco dell’autista, senza che nessuno mi fermasse.”

E come mai è arrivato in Italia chiuso in un frigo, assiderato e privo di sensi?
“Una volta dentro la nave, l’uomo mi ha chiesto di scendere dalla cabina e di montare nel rimorchio-frigorifero. Io non volevo, avevo la sensazione che qualcosa stesse andando storto. Lui ha insistito, non capivo bene la sua lingua, ma ha insistito. Andava fatto così, dovevo fidarmi e non preoccuparmi. Non avevo scelta. Roba di un paio d’ore, mi sembrava di capire. L’ultima cosa che mi ricordo, chiuso in quella cella gelida, è il pensiero ossessivo delle storie che avevo sentito sui trafficanti d’organi: ti addormentano, ti aprono in due e ti rubano un pezzo. Poi mi sono svegliato due giorni dopo nella stanza dell’ospedale di Ancona, ancora intero per fortuna.”

Quanto ha pagato per il suo viaggio?
“Ho pagato13.000 dollari.”

Come è riuscito a trovare la somma?
“Mi ha aiutato un amico, il mio datore di lavoro, che custodiva i miei soldi e che mi spinto a scappare. L’unica persona con cui sono ancora in contatto.”

Perchè è scappato? Cos’è successo?
I motivi che mi hanno spinto alla fuga posso chiuderli in uno soltanto, la paura. Quella che, a un tratto, ti fa diventare un altro, una preda, un clandestino se necessario.
Ero in pericolo di vita ed è quanto. È una storia per me ancora troppo difficile da raccontarmi.
Qader era un anziano curdo di 80 anni, molto buono e comprensivo con me. Aveva una bottega vicino alla fabbrica di infissi dove ho lavorato per molto tempo, dagli 11 anni fino alla mia partenza dall’Iraq, dopo che con la famiglia mi ero trasferito da Kirkuk in un’altra città del nord. Qader vendeva la farina. Andavo a sedermi tra i sacchi e lo ascoltavo parlare e parlare. Non c’era bisogno di fargli domande, la sua lingua era un fiume fluente di storie. Mi svelava le cose, separando quello che sembra buono o cattivo, da quello che lo è per davvero. Una volta mi disse: Parla con tutti; parla con i bambini perchè conoscono la bellezza; parla con le donne perchè sanno amare; parla con i matti perchè dicono sempre e solo quello che pensano; parla con i vecchi perchè ogni loro parola è già passata alla prova dei fatti.
Dopo quel mio risveglio in Italia, per mesi, quasi tutte le sere, prima di dormire, ho cercato di imparare a memoria venti parole nuove, chino sul mio dizionario Curdo sorani-Italiano. Ogni sera, nomi, verbi, aggettivi, avverbi. Oggi ho più o meno diciannove anni e riesco a parlare quasi con tutti.

Giampaolo Paticchio
racconta Serush, ragazzo curdo

Minori stranieri nel porto d’Ancona

Nelle Marche l’arrivo dei minori stranieri via mare avviene principalmente attraverso le navi di linea che arrivano ad Ancona dalla Grecia, soprattutto da Patrasso. Generalmente i migranti clandestini che approdano al porto, anche quelli minorenni, se non sono in possesso di documenti falsi, sono nascosti all’interno dei TIR che trasportano merci, o nei bagagliai di auto e furgoni. Spesso vengono ritrovati al di sotto di camion e rimorchi, aggrappati o appesi con una cinghia nel piccolo spazio sopra l’asse che unisce le ruote posteriori. Secondo Save the Children, tra gennaio e giugno del 2010 sono state rintracciate al Porto di Ancona 280 persone in clandestinità, delle quali 252 sono state respinte verso il porto di provenienza. Dei 51 minori intercettati, 21 erano non accompagnati, cioè soli e senza nessun adulto di riferimento, quindi affidati dalla Polizia di frontiera ai Servizi Sociali e tra questi alle Comunità che accolgono minorenni.

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