Ladri di futuro?

17 dicembre 2010 | Commenta Università

I tagli apportati dal Ddl Gelmini a tutto il mondo dell’istruzione e della formazione hanno provocato polemiche che non accennano a sedarsi. Che cosa ne pensano gli Atenei marchigiani?
La Giornata mondiale per il diritto allo studio è stata istituita in memoria dei nove ragazzi condannati a morte il 17 novembre del 1939 a Praga, in seguito ad una protesta universitaria duramente repressa degli occupanti nazisti.

Il 17 Novembre del 2010 sarà invece ricordato in Italia come il giorno della mobilitazione contro i pesanti tagli apportati al mondo della cultura e dell’istruzione nazionale. Sono infatti scesi in piazza in più di cento città italiane studenti – sia universitari che delle scuole superiori – , diverse sigle – da Link-coordinamento universitario all’Unione degli universitari, dalla Rete degli studenti medi all’Unione degli studenti – , il Coordinamento nazionale dei ricercatori e quello dei professori associati e anche la Flc-Cgil : un’ampia partecipazione che restituisce il senso di quanto la strada intrapresa dal nostro Governo sia poco condivisa da chi fa parte del mondo della formazione.
La riforma Gelmini attuata all’inizio dell’anno scolastico/accademico in corso ha provocato alcune conseguenze che rischiano di minare la storica fama degli atenei italiani, forieri di talenti e menti brillanti che devono però essere coltivate, indirizzate, interessate; e molto probabilmente attuare politiche di risparmio proprio in questo settore non si presenta come la soluzione per far sì che questa fama positiva si protragga.
Dire che “i tagli a scuola e università sono tagli al nostro futuro” rappresenta un’affermazione troppo pesante? O forse è solamente un modo particolarmente colorito per rendere comunque conto di una situazione che si potrebbe definire quanto meno preoccupante?
Parlare di riconquista del diritto alla studio significa senza dubbio porsi in una posizione quasi di sfida nei confronti del disegno di Legge Gelmini che sta per proseguire il suo iter in aula; e il timore è ancora più forte a causa della attuale situazione problematica a livello politico: se infatti si dovesse verificare l’eventualità di una crisi di Governo, il lavoro degli atenei rimarrebbe bloccato e si aprirebbero scenari poco felici per le università italiane.
Gli studenti delle università lamentano in modo particolare il taglio ai fondi per le borse di studio; questa misura infatti rischia di impedire a un’ampia fascia di giovani a reddito basso di poter intraprendere una carriera universitaria e nessun sollievo ha apportato la promessa di un milione di euro che dovrebbero essere stanziati in finanziaria per l’istruzione universitaria, anche perché l’impiego di questa risorsa non è ancora confermata. Altro problema avanzato quello dell’investimento in edilizia scolastica dato che sempre meno sono le “case dello studente” e in strutture spesso quasi fatiscenti.
Che cosa si vorrebbe ottenere con questa protesta?
A leggere tra le tantissime informazioni che si sono susseguite sia nei quotidiani che on line, le richieste vertono attorno a una ricerca della qualità della didattica e ad un miglioramento dei servizi offerti dagli atenei, a un impiego di insegnanti competenti e preparati che non debbano combattere costantemente con la precarietà, a un più libero accesso all’istruzione pubblica.
Questo il quadro generale che parla di un momento non certo facile per il mondo della cultura e dell’istruzione nostrana; e la situazione regionale?

Cerchiamo di approfondirla con i Rettori dei nostri Atenei. A loro la parola.

Intervento del Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, Marco Pacetti
Dopo un violento – quanto infondato – attacco alle istituzioni universitarie portato avanti da media interessati solo ad esaltare alcuni aspetti negativi ed ad ignorare il pregevole lavoro svolto dalla maggioranza degli operatori universitari, il martellamento, nel quale si sono distinti anche numerosi professori, sembra aver dato i suoi velenosi frutti con una pseudo-riforma dell’Università gonfia di demagogia e scarsa di progettualità e di risorse. Il sistema ha subito deformazioni per scelte e pressioni che la politica, centrale e locale, ha esercitato sul sistema universitario affogandolo di norme e prosciugandolo di risorse finanziarie – già inferiori alla media UE – senza che l’intervento privato, forse più interessato alle società calcistiche che alla ricerca scientifica, compensasse il ritiro della parte pubblica.
Questo sistema in difficoltà, nel quale difetti e debolezze appaiono entrati in un loop negativo inarrestabile, è il frutto di alcuni lustri in cui maggioranze e Governi di segno opposto hanno prodotto e tollerato riforme didattiche senza qualità, autonomia senza valutazione e responsabilità, apertura al territorio prigioniera di campanilismi, economia della conoscenza senza investimenti nella ricerca. Ad ogni segno di difficoltà partiva una nuova ondata riformatrice che generava però nuove leggi, decreti ministeriali, note di indirizzo e via esasperando la produzione di vincoli e regolette. Purtroppo la Legge Gelmini si iscrive nella medesima logica perversa portandola al suo acme. Questa paranoia normativa dovrà produrre quasi 200 nuove norme attraverso deleghe che produrranno altri strumenti legislativi; suona davvero involontariamente comico l’indirizzo, esplicitato nella medesima legge, di premiare con i finanziamenti i processi di semplificazione.
La tesi implicita in tutta la Legge Gelmini è che l’autonomia sarebbe degenerata in autoreferenzialità e quindi bisognerebbe – sostanzialmente – tornare all’antico cioè ad un modello centralistico sotto il controllo formale del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ma di fatto, come si è visto negli ultimi anni, del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
La considerazione che alcuni Atenei (ma solo alcuni!) hanno usato male l’autonomia e perduto il controllo dei loro conti economici non può indurre a punire l’intero sistema riportandolo indietro verso una centralità ministeriale come se non fosse quello stesso Ministero ad aver dimostrato la propria incapacità di controllo che, previsto da norme esistenti, avrebbe dovuto impedire i dissesti nei bilanci di alcuni Atenei.
Il neo-centralismo ministeriale nel suo disegno di insostenibili standardizzazioni del sistema – in perfetta controtendenza con ciò che avviene nei paesi più sviluppati – non farà emergere, in una sana competizione, le migliori esperienze spingendo ciascun Ateneo ad individuare propri modelli caratteristici legati anche a vocazioni del territorio, ma produrrà ulteriori nefaste tabelle, numeri magici, vincoli e regolette uguali per tutti e magari… eccezioni per qualcuno più uguale degli altri.
Il centralismo è un approccio oltretutto deresponsabilizzante perché solletica la nostalgia canaglia per le confortanti circolari ministeriali al riparo delle quali si può soffocare burocraticamente ogni forma di innovazione e distruggere il valore della diversità, che invece in un clima di virtuosa competizione, esalta le capacità di adattamento ad esigenze nuove che la società urgentemente pone soprattutto agli Atenei, luogo di formazione dei nuovi saperi e delle nuove classi dirigenti. Si persevera nell’errore, diffuso nella mentalità della nostra classe politico-burocratica, di sognare di essere capaci di definire per legge il procedimento perfetto quando invece, più pragmaticamente, il legislatore dovrebbe definire gli obiettivi, misurare i risultati e di conseguenza distribuire premi ed irrogare sanzioni: è così che si responsabilizzano davvero gli organi gestori della cosa pubblica negli Atenei. Metodologicamente si continua nel mescolare il fine con i mezzi cioè la riforma con le leggi, i cambiamenti necessari con le norme soffocanti: l’Università ha bisogno di meno leggi e più risorse; purtroppo invece lo schema prevede meno fondi e più vincoli normativi.

Università di Urbino, il contributo del Rettore Stefano Pivato
“Troppo spesso in Italia sono quelli che hanno poco futuro a condizionare con le proprie decisioni quello di chi ne ha tanto davanti a sé. Eppure i padri della costituente non erano degli adolescenti quando riscattarono il mondo della cultura e della civiltà italiana dall’oscurantismo del ventennio con brani mirabili per sintesi ed elevazione civile come quello contenuto nell’Art. 3 della Carta : “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Rileggerlo oggi induce a tristi consuntivi e a un quadro non rassicurante su ciò che attende le giovani generazioni del nostro paese, quelle che appunto possiedono il futuro ma non ne possono disporre. Si potrebbe dire che questo è il vero patrimonio indisponibile dell’Italia, una sorta di res nullius che in quanto tale è lasciata al proprio ingovernabile destino.
La protesta degli studenti dovrebbe già trarre anche soltanto da ciò la sua piena legittimità, ma per quanto inclini a riconoscerlo, non va dimenticato che il ruolo di un Rettore e di un Senato Accademico impone sempre il doveroso rispetto istituzionale verso le norme promulgate dai massimi organi rappresentativi di uno stato democratico.
Tuttavia risulta particolarmente difficile conciliare tale ruolo con la constatazione che, pur in tempi di crisi, si neghi la basilare opportunità ai bisognosi meritevoli di avere accesso all’istruzione e al progresso sociale. Un paese che si riduce a ciò nega a se stesso la possibilità di uscire da questa crisi negandosi la possibilità di fruire del contributo dei propri migliori intelletti, costringendoli alla rinuncia o alla fuga.
Non è un caso se l’Italia è uno dei paesi che investe meno nella cultura e nell’istruzione e conseguentemente ha una bilancia intellettuale che regala cervelli (e dunque futuro) all’estero senza importarne.
L’Università italiana ha le sue colpe dalle quali dovrà emendarsi anche cogliendo dalla Riforma Gelmini quegli elementi che pure offrono l’occasione: Urbino ha già introdotto cultura imprenditoriale con l’ingresso di tre esponenti del mondo delle imprese nell’Ateneo senza che questo ne significasse la privatizzazione. E i finanziamenti privati possono essere messi proficuamente a frutto conciliando ricerca pura e applicata instillando nel mondo accademico elementi di dinamismo che sostengono e promuovono la libertà intellettuale da sempre patrimonio dell’Accademia da tutelare e promuovere.
Ritengo insomma un dovere quello di tutelare risolutamente il diritto allo studio e l’autonomia dell’Istruzione cogliendo ogni giorno le opportunità offerte dal quadro normativo.”

Università di Camerino, il contributo del Rettore Fulvio Esposito
“Certamente questo è un periodo di forte agitazione per il sistema universitario italiano in relazione al disegno di legge Gelmini, principalmente perché credo che intorno ai contenuti di questo DDL ci sia stato e ci sia un deficit d’informazione. Tutto sembra essersi ridotto ad un confronto sul metodo più che nel merito, con il balletto sulle risorse (ci sono! non ci sono! quante sono?) che ha preso nettamente il sopravvento. Questo può aver determinato nell’opinione pubblica più sensibile al problema (studenti, ricercatori) la sensazione che fosse in corso un baratto tra il Ministro ed i vertici universitari, con questi ultimi disposti ad accettare una ‘cattiva riforma’ in cambio di un po’ di risorse. Ritengo invece sia importante sottolineare che questa riforma contiene la fine del precariato ‘vero’, quello senza prospettive e senza orizzonti, purtroppo estremamente diffuso oggi nelle università. Certamente il problema delle risorse è cruciale. Senza risorse, le novità introdotte dal DDL, sul reclutamento in particolare, diverrebbero di fatto impraticabili per mancanza di coperture.
A causa della progressiva contrazione delle risorse, dal 2000 al 2009 relativamente ai costi e poi dal 2010 in termini assoluti, anche per l’Università di Camerino si sono resi necessari interventi di razionalizzazione della spesa e di realizzazione di economie di scala, quali quelli contenuti nell’accordo con il Ministero dell’Università e della Ricerca, l’Università di Macerata e la Provincia di Macerata, che hanno consentito di prevedere il pareggio di bilancio ancora per l’anno in corso, con un’entrata prevista di oltre 51 milioni di euro, che riesce a fare equilibrio alle previste uscite di pari entità. Qualora tuttavia il Governo non dovesse rivedere i tagli già decisi per il 2011 e 2012, anche questi interventi risulteranno insufficienti, malgrado l’accordo di programma, poiché neanche un’entrata stabile, in un contesto di costi in aumento, consente politiche di sviluppo dinamiche come vorremmo; anzi, richiede sacrifici e tagli. Tagli che comunque all’Università di Camerino siamo riusciti fin qui ad evitare almeno sui servizi agli studenti e sul dottorato di ricerca, continuando così ad onorare la nostra missione, quella di essere e rimanere Università.”

Università di Macerata, il contributo del Rettore Luigi Lacche’
“Non v’è dubbio che il disegno di legge Gelmini sull’Università abbia rappresentato, in positivo e in negativo, l’occasione per un ampio dibattito sulla formazione superiore e sul futuro dei giovani. Le proteste di questi mesi, anche nelle Marche, segnalano forti, legittime e direi responsabili preoccupazioni per le sorti dell’Università, soprattutto pubblica, minacciata da tagli lineari e da una forte contrazione del diritto allo studio, a partire dal 2011, a meno che non ci siano interventi del governo. Lo stanziamento di un miliardo di euro – per la verità non ancora sicuro – mostra chiaramente che gli Atenei non possono resistere ad una politica che negli ultimi anni ha portato l’Italia a spendere lo 0,8 del PIL in Università e ricerca, mentre la media dei paesi OCSE è più del doppio. E’ qui che bisogna intervenire: occorre una politica bipartisan che metta al centro, almeno per i prossimi cinque anni, l’investimento nel settore della ricerca e dell’innovazione. Non bastano però solo maggiori finanziamenti: bisogna anche che le Università si rinnovino nelle forme organizzative, nella cosiddetta governance, nel prendere decisamente la strada della razionalizzazione e del merito. Più fondi, più responsabilità nell’autonomia, più diritto allo studio, più competizione a livello internazionale. Così l’Italia e i suoi giovani potranno tornare a sperare in un futuro meno incerto, allontanando lo spettro (tutt’altro che lontano) del declino.”

Tags: ,