Da grande voglio fare il marchigiano

7 novembre 2010 | Commenta Scelti per voi

Problemi di personalità per l’unica regione al plurale?
Prendi per esempio il brodetto. Noi qua a San Benedetto ci mettiamo i peperoni verdi e l’aceto, voi là cambiate ingrediente. Anche se il brodetto lo chiamiamo tutti allo stesso modo non ce n’è due che lo facciano uguale. Anche se abitano porta a porta e la sera le vecchie prendono il fresco insieme con la sedia sul marciapiede.

Vuoi prendere i dialetti? Gli studiosi ti dicono che le Marche sono divise in due se non tre famiglie di dialetti, che sembrano le costarelle del maiale, attaccate all’Adriatico come se fosse la spina dorsale. Mentre noi che stiamo qua, lo sentiamo il dialetto come cambia di colle in colle, curva dopo curva e casa dopo casa.
Così guardiamo i nostri campanili che si alzano e ne facciamo bandiere da portare allo stadio o al palazzetto, a dirci in faccia che siamo delle Marche sporche o mezzi romagnoli, pesciaroli o montanari. Noi marchigiani, tra noi, non ci trattiamo granché bene.
Guido Piovene se n’è accorto, è da lui che abbiamo imparato che siamo “l’Italia in una regione”. Ad essere precisi non ci ha detto che abbiamo raccolto solo i pregi degli Italiani. Vincenzo Cardarelli invece ha detto a tutti che d’essere marchigiani bisogna meritarselo. Non come uno si merita una condanna, immagino, ma come uno si merita l’accesso ad un paradiso. Cose  scritte oltre cinquanta anni fa.
Da quanto tempo non passate un pomeriggio seduti in piazza a guardare l’orologio del comune che va avanti, mentre il cameriere vi porta qualche oliva verde? Vedreste passare alla spicciolata piccoli gruppi di nuovi marchigiani i cui dialetti non sappiamo riconoscere. Non sappiamo dire se siano di Valona o di Scutari, biondi viaggiatori d’Olanda o giunti da qualche nazione mai incontrata nelle avventure di Martin Mystére.
Un amico toscano che mi accompagnava nell’entroterra si chiedeva dove fossero finiti i boschi. Noi marchigiani le nostre colline le abbiamo lavorate a fondo. Abbiamo rimosso albero dopo albero, fino al limitare dei fossi e dei calanchi, come si rosicchia la costarella fino all’osso. Abbiamo dato vita ad un’agricoltura che è un giardino all’italiana, in cui l’ordine imposto dall’uomo piega la natura alla sua volontà.
Ogni frutto che ricaviamo dalla terra lo lavoriamo, secondo tradizioni conservate tra le mura dei paesi come in scrigni. Conta, se ti riesce, quanti tipi di dolci le nostre nonne sapevano preparare, colle dopo colle, curva dopo curva, casa dopo casa.
Qual è l’ultimo viaggio che hai fatto nelle Marche? Sei andato a passeggiare in Piazza del Popolo ad Ascoli o a guardare il tramonto dal faro di Ancona, quando il sole finisce in acqua davanti a Falconara Marittima? L’hai visto ad Urbino il quadro della Città Ideale? Una tavoletta di legno mezza tarlata su cui un pittore sconosciuto ha dipinto il sogno del Rinascimento, prima che il Rinascimento esplodesse a Firenze e Venezia e Ferrara.
Dovremmo conoscerci più in profondità, essere più consapevoli di questa Regione che ancora non ci siamo meritati. Perché la promozione del territorio non passa tanto attraverso un manifesto o uno spot televisivo, ma soprattutto dal senso di dignità e di appartenenza delle persone alla propria storia.  Non per tornare a fare gli esattori per il Papa o i boia come Mastro Titta, ma dovremmo smettere di negarlo, d’essere marchigiani.

di Fabio Curzi

 

Per gli studiosi dei dialetti italiani le Marche sono attraversate da due isoglosse: sono linee di confine che aiutano a descrivere territori con i medesimi fenomeni linguistici. Lungo la costa, da nord a sud, l’isoglossa del Romagnolo si ferma a Senigallia e procede verso l’entroterra. Da qui inizia l’isoglossa dei dialetti centro-marchigiani, che arriva fino al fermano. I dialetti marchigiani del sud, quelli del Piceno, presentano invece una continuità con quelli del nord dell’Abruzzo. Dante Alighieri nel “De Vulgari Eloquentia” fu il primo a classificare e valutare i dialetti d’Italia: considerava il dialetto della Marca d’Ancona secondo in bruttezza solo a quello di Roma.

Guido Piovene (1907-1974), veneto, è stato uno scrittore e corrispondente estero per diversi giornali. “Viaggio in Italia”, in cui dà la celebre definizione delle Marche, è del 1957. Vincenzo Cardarelli (1887-1959) è stato poeta, prosatore e giornalista, nato e vissuto nel Lazio, ma da famiglia di origini marchigiane.

Giovan Battista Bugatti, conosciuto come Mastro Titta, è diventato sinonimo stesso di boia del Papa. Nacque a Senigallia, dove si ritirò in pensione fino alla morte.

A Montecanepino, frazione di Potenza Picena, si trova Villa Bonaccorsi. Pur essendo quasi sconosciuta ai marchigiani è uno degli esempi più importanti e meglio conservati di giardino all’italiana, disposto su terrazze con aiuole ordinate attraversate da vialetti, con fontane e giochi d’acqua segreti. Statue e grotte artificiali contribuiscono all’imitazione di una natura idealizzata. Il giardino venne costruito alla metà del 1700 da Pietro Bernasconi, allievo di quel Carlo Vanvitelli che ad Ancona aveva realizzato la Mole pentagonale del porto. La villa è tuttora proprietà privata e il solo giardino è aperto al pubblico nei mesi estivi.

Il fenomeno del tramonto sul mare è insolito per il versante italiano dell’Adriatico, ma nel periodo del solstizio d’estate è realmente possibile ammirare il sole che entra in acqua andando nella zona del parco del Cardeto di Ancona. L’area si sviluppa alle spalle della caserma Villarey e comprende il faro ottocentesco e uno dei forti della città. Dal faro si sovrasta la cattedrale di San Ciriaco e si ha un punto di vista privilegiato sul porto e sulla città vecchia. Alle spalle del faro si trova poi il cosiddetto campo degli Ebrei, un cimitero monumentale risalente al secolo XV che testimonia l’importanza di questa comunità nei secoli passati. Il parco del Cardeto è aperto tutto l’anno, dal mattino al tramonto, e di domenica è possibile visitare il faro.

www.fabiocurzi.it


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